"Io, somalo, in Italia su un barcone per non diventare un terrorista"

La drammatica storia di Mursal che oggi ha 29 anni e vive a Parma. Arrivato a Lampedusa dopo essere scappato da un gruppo islamista che voleva costringerlo ad arruolarsi: "Ho detto no, ho subito violenze e sono scappato per sopravvivere"

“Quando vedo e sento queste cose alla tv provo molto dolore. Perché io le ho vissute sulla mia pelle”. Mursal ha 29 anni, viene dalla Somalia e ha sempre visto l’Europa, come un porto sicuro nel quale attraccare la sua nave. Che più volte ha rischiato di essere ingoiata dalla tempesta, dalla violenza di una guerra sanguinosa e dalla ferocia di un paese senza spazio per i più deboli. “Ho sempre sognato di fare l’insegnante, mi piace il calcio e tifo Lazio. Il mio giocatore preferito è Drogba, orgoglio africano. Insegnamento per tutti noi”. Mursal adesso sorride, ma non dimentica il dolore che ha vissuto negli anni trascorsi. Perché le cicatrici saranno pure invisibili, ma tanto non si vedono e più sono profonde perché segnano l’anima di un giovane che nel suo cassetto aveva dei sogni e che adesso si trova costretto a coltivarli lontano da casa, dalla sua famiglia e dai suoi affetti. 

“Si parla di un emergenza che non ha una fine – dice Mursal  a ParmaToday.it - :riviviamo la stessa che abbiamo vissuto nel 2008, quando Berlusconi ha concluso l'accordo con Gheddafi, ma l'emergenza non si è risolta. Sono ormai più di dieci anni che va avanti questa situazione. Questo vuol dire che la soluzione pensata non è attuabile. O semplicemente che non è stata trovata la soluzione: quando oggi penso alle persone che si trovano su una barca non riesco a crederci. Non voglio crederci. Non voglio sentire”.

Lo sguardo di Mursal, nonostante sia riuscito a trovare la soluzione per migliorare la sua vita, si incupisce, i suoi occhi si gonfiano e diventano umidi. Nella sua testa evidentemente passano nitide le immagini che lo hanno visto rischiare la vita più volte. Da quando si è lasciato indietro la Somalia, non ci è più tornato. La sua famiglia è lì, lui da lì si è allontanato per non rischiare, per non morire.  

“Sono arrivato in Italia nel 2011. Avevo vent’anni quando ho deciso di andare via dall’Africa. Adesso ne ho ventinove, abito a Reggio Emilia e lavoro a Parma”. 

Come è arrivato in Italia? 

“Sono arrivato con un barcone a Lampedusa, poi insieme agli altri siamo stati trasferiti a Taranto via mare. Da Taranto a Campobasso, poi a Bologna e da Bologna a Guastalla. Un giro lungo. Il sistema di accoglienza funzionava così all’epoca. A Guastalla sono rimasto due anni, aspettavo il riconoscimento della protezione internazionale. Nel 2013 ho preso il permesso di soggiorno. E ora eccomi qui”.

Cosa faceva in Somalia?

“In Somalia ero uno studente, ma ho avuto problemi di sicurezza e problemi personali, a causa di violenze e guerre che si sono succedute dal 1991. Nel 2008 quando ho deciso di venire via, alcuni episodi che mi hanno riguardato direttamente mi hanno costretto a lasciare la Somalia e la mia famiglia”.

Quali episodi?

“Ho avuto problemi con un gruppo islamista che mi aveva chiesto di arruolarmi, ma io ho detto ‘no’. Al ‘no’ loro hanno reagito con la violenza. Diciamo che mi è andata bene, in questi casi è possibile anche che ti uccidano, come è successo con altre persone”.

La sua famiglia è in Somalia? 

“Sì, la mia famiglia è in Somalia e sta bene. Anche se sono pieni di casini per la situazione che c’è in paese. Ma stanno bene, questo è l’importante”. 

Ci racconti un po’ il suo viaggio. 

“E’ il viaggio di tutti. Mentre lasciavo il paese il mio obiettivo era quello di raggiungere un posto sicuro: nel dicembre del 2008 sono arrivato in Kenia e sono rimasto lì per circa due mesi. Non avevo nessuno, non c'era il riconoscimento di una forma di protezione: se in Kenia ti ferma la polizia senza documenti ti rimanda indietro. Io e altri ragazzi che eravamo a Nairobi abbiamo deciso di rischiare e di arrivare in Uganda per poi andare nel sud del Sudan:  stessa situazione. Senza documenti rischiavi di dover interrompere il viaggio. Alla fine abbiamo deciso di proseguire per la Libia, con uno di quei viaggi famosi”. 

Quale? 
“Sì, dai. Io ero irregolare e senza documenti”.

Come ha fatto a raggiungere la Libia?

“Abbiamo pagato: ogni persona che ti aiutava doveva essere pagata. Fino a quando sono arrivato in Libia ho speso circa 2 mila dollari. In Libia è stata un'esperienza difficile perché appena siamo entrati dal deserto c'è stata subito una sorpresa per noi”.

Quale?

“Un accordo tra i Paesi europei, in particolare tra l’Italia e il colonnello Gheddafi. Ci penalizzava la politica che l’Europa aveva adoperato per controllare i flussi migratori: Ghedaffi doveva risolvere il problema che l’Europa aveva con i migranti e quindi ci mettevano in carceri senza essere processati, senza nessuna condanna. Rimanevi lì senza sapere nulla e soprattutto perché”. 

Che cosa è successo in Libia?

“Appena attraversato il confine tra il Sudan e la Libia la polizia di frontiera libica ci ha messo in carcere per un mese, poi ci hanno trasferito in un altro carcere, più grande, a Bengasi per circa 4 mesi, poi da lì a Tripoli per sei mesi, in totale ho trascorso un anno e due mesi in giro per le carceri. E senza nessuna colpa, solo perché ho cercato di andare via dalla Somalia”.

Che situazione c’era nelle carceri libiche?

“C'era poco cibo, c'erano delle epidemie, alcuni prigionieri sono morti perché non sono stati curati. Una volta all'anno c'era la possibilità di essere liberati, e coincideva con il mesi di settembre perché in quel periodo si festeggiava il potere che Gheddafi ha preso nel 1969. Nel 2009, nel mese di settembre, sono stati liberati alcuni vecchi prigionieri ma noi siamo rimasti li, eravamo dentro da cinque mesi. Noi siamo rimasti lì. Ho aspettato l’anno successivo, il 15 luglio del 2010 in prossimità dei preparativi della festa, siamo stati liberati. Quando ci hanno liberati ci hanno dato dei foglietti che attestavano il fatto che fossimo uomini liberi. Ma non avevamo null’altro. Avevamo perso tutto”.

Poi?

“Una volta liberi siamo rimasti a Tripoli perché non si poteva andare in Italia, non era quasi possibile imbarcarsi. C'erano i militari e la polizia che controllavano in maniera efficiente i porti e i confini: per gli immigrati non era possibile spingersi oltre. Dopo che è scoppiata la guerra nel febbraio-marzo 2011, quando la situazione è peggiorata, abbiamo avuto la possibilità di imbarcarci. L’Europa ha distrutto Gheddafi e lui per vendicarsi ha fatto passare i migranti aprendo le frontiere. Per noi quella è stata una possibilità di cambiare vita. Dopo tre mesi di incubo, in cui non potevi uscire di casa, c'erano i bombardamenti e rischiavi la vita”.

Ha pensato di non farcela in qualche momento?

“Tante volte. Quando ero in carcere e quando ero in viaggio in mare ma la speranza di raggiungere un posto migliore c'è sempre. I trafficanti per i migranti sono anche un aiuto ma non ti trattano come una persona. Sono senza scrupoli. Ci sono alcuni che ti trattano abbastanza bene, altri no. Sono partito con niente in mano. Ci hanno chiesto di pagare 300 dollari circa: i soldi li avevo rimediato lavorando a Tripoli, facevo pulizie, collaboravo con i muratori”. 

La cosa più brutta che ha vissuto?

“Quando eravamo in carcere e davanti a noi è morto un nostro compagno che si è ammalato di gastrite ma non è stato curato. Quando bussavamo alla porta per chiedere aiuto nessuno ci ascoltava. Dopo una settimana di stenti è morto. Eravamo tutti amici nella cella: era un mio connazionale, un uomo adulto”. 

La sensazione più bella?
“La cosa più bella è quando sono sbarcato a Lampedusa e mi sono reso conto di avercela fatta. Quando scegli di fare questi viaggi non sai dove arriverai: pensi di raggiungere in generale l'Europa che per i migranti è una speranza, una possibilità per avere l'opportunità di creare un'occasione per la propria vita”.

Si sente una persona integrata?

“Siamo qui con la nostra diversità, la nostra cultura e la nostra lingua e con il nostro modo di vedere le cose. Ma conviviamo con una nuova realtà, nuove idee e una nuova ricchezza che ci servono per crescere culturalmente. Sono due culture che non dovrebbero opporsi ma che dovrebbero invece aiutarsi per essere più ricche”.

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