Animal voice

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Nessuno ci obbliga a vivere di fretta!

Se c'è un tempo sprecato in cui la fretta ci porta a dover riempire quello che guadagniamo, c'è anche un tempo sprecato in cui l'ansia, non più come scorta, diventa stato d'animo

Non credo che Erich Fromm, psicanalista tedesco del secolo scorso, apprezzerebbe le “innovazioni” affermatesi nell’italiano contemporaneo. I vari “xké”, “cmq”, “sett”, eccetera eccetera, vanno infatti diffondendosi a scapito delle parole scritte per intero, ma davvero non abbiamo più il tempo per scrivere un sms in modo completo? Davvero dobbiamo vivere in una costante condizione impellente, o possiamo renderci conto che, a volte, a correrci dietro siamo noi stessi? Secondo Fromm “l’uomo moderno crede di perdere il tempo quando non fa le cose in fretta, eppure non sa che cosa fare del tempo che guadagna, tranne che ammazzarlo”. Se il moderno appartiene al presente, che rispecchia gusti e tendenze attuali quasi in contrapposizione a quelli passati, la modernità presuppone lo stare al passo coi tempi e una certa idea di velocità e dinamicità, anche nell’appropriazione di modelli e consuetudini inscenate dalla modernizzazione. Un po’ come un gatto che si morde la coda, dato che la necessità di adeguarsi alla modernità ne insegue il modello, influenzato da questa stessa ricerca. E non è un caso che l’essere al passo coi tempi finisca per essere, non solo un modo di vivere, ma un “valore” in se. In chiave più storica e meno esistenziale, per il mondo occidentale il progresso è l’attualizzazione della modernità, di avanzamento e sviluppo, ma nel mondo mediorientale il rapporto non è lo stesso, infatti in molte società teocratiche (anche in quelle che non lo sono dichiaratamente) l’elemento religioso continua ad avere peso frenante alla velocità evolutiva, estremamente rallentata. Viceversa, in quello che consideriamo Occidente, con il pensiero positivista si è giunti ad una visione evolutiva segnata dal progresso come percorso. Ma se c’è un tempo sprecato che, guidati dalla fretta, ci porta a dover per forza riempire quello libero, per cui lo scopo non è dunque averne ma riempirlo, è tempo sprecato, come conseguenza isolata o implicita, anche quello in cui l’ansia, non più come scorta ma come stato d’animo, ci porta a sciupare il tempo che viviamo.  E se è sbagliato credere di dove agire in funzione di un futuro migliore, calpestando il passato e dimenticando di assaporare il presente, sbagliamo anche quando crediamo di non avere abbastanza tempo per leggere  ogni parola di un libro, o per scrivere una parola intera in un sms, quando nel traffico suoniamo il clacson anzi che aspettare, quando in coda alla cassa spingiamo anzi che attendere, quando dalla dispensa prendiamo cose a portata di mano anzi che cucinare, quando agiamo in modo avventato anzi che secondo diplomazia, e quando, spinti da un’immotivata frenesia, dimentichiamo che la calma, insita in noi, è la miglior guida da ricercare. Un’ora rimane pur sempre di sessanta minuti, e un giorno di ventiquattro ore, ma la differenza fra come posso trascorrere un’ora, o un giorno, consiste nel vivere di fretta oppure con calma. A volte capita di dover rispettare scadenze, o di avere tempi oggettivamente stretti per portare a termine un impegno, ma anche in questo caso potremmo ricordare che il contrario di calma non è “lentezza”, bensì “agitazione”. Del resto, un clacson non dissipa il traffico, e una discussione finita a compromessi è certamente più produttiva di una in cui si viene alle mani o alle offese. Del resto posso scegliere di compiere un’azione che si ripercuota positivamente sul futuro, traendo spunto dal passato e valorizzando il presente.  Del resto "presto e bene non sta insieme", e comunque "la fretta è cattiva consigliera". 

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