"Falcone? Era un genio, ma ci sono verità nascoste"

"L'ultima immagine che ho di Giovanni Falcone è il sorriso di Francesca Morvillo, che ha incrociato lo sguardo con suo marito"

"Come ogni mattina, anche quella mattina mi chiamò per dirmi che sarebbe arrivato a Punta Raisi alle 7. Quel 23 maggio, anche quel 23 maggio, chiamai la scorta per radunarla, come feci ogni mattina. Ho chiamato dalla stanza del dottor Guarnotta, era l'unico di cui mi fidavo. Dopo il raduno, come da protocollo, arrivammo all’aeroporto: ci eravamo dati appuntamento lì. Lui viaggiava con un Falcon10, un aereo piccolino e non uno di linea. Non voleva rischiare. Ci siamo messi in macchina: il dottore alla guida, la moglie al suo fianco e io dietro. Per strada mi disse che quando sarebbe arrivato a casa non avrebbe avuto più bisogno di me in giornata, che ci saremmo rivisti lunedì. Allora gli ricordai delle chiavi, per entrare a casa. Il giudice sfilò le chiavi dal quadro comando per darmele. Lo ripresi dicendo ‘ma che fa, così ci andiamo ad ammazzare!’ L'ultima immagine che ho di Giovanni Falcone è il sorriso di Francesca Morvillo, che ha incrociato lo sguardo con suo marito". Giuseppe Costanza non è un sopravvissuto. Sa bene di esserlo ma non vuole che passi questo messaggio. L'autista di Giovanni Falcone ha tenuto tutti con il fiato sospeso raccontando quel tragico 23 maggio del 1992, quando si trovava sulla Croma bianca saltata per aria assieme a un'auto della scorta che la precedeva. L'attentato preparato da Cosa Nostra al magistrato e a sua moglie Francesca Morvillo ha segnato un'epoca, l'Italia intera e anche Costanza. Che in Aula Magna ha intrattenuto un centinaio di studenti durante l'incontro promosso dall'Università e dal Comitato Unicef di Parma con il patrocinio del Comune dal titolo 'La figura di Giovanni Falcone nel ricordo di Giuseppe Costanza'.

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"Si dice che io faccia parte delle forze dell’ordine. Non è così. Sono un dipendente dell’Ufficio Istruzione. Sono un conducente di macchine speciali, facevo il barbiere prima. E questo mi ha aiutato a conoscerlo anche come uomo. Abbiamo litigato, ok, ma questo ci ha fatto avvicinare maggiormente". Il racconto del magistrato, dell'uomo, del professionista, delle sue ansie e delle sue accortezze nelle parole di chi lo ha conosciuto e vissuto fino all'ultimo secondo. Una vita sacrificata e sacrificante in nome di una legalità che rimane l'obiettivo numero uno di Giuseppe Costanza, che cerca giustizia. Una bambina di undici anni rompe il ritmo del racconto scandito dall'accento siculo del protagonista: "Se potesse tornare indietro farebbe ancora l'autista di Falcone?". Costanza prende fiato e sorride: "Alza la voce, le mie orecchie non sentono. La bomba le ha compromesse". Quando la domanda gli viene riportata, senza esitazione risponde: "Più che mai. Rischierei ancora per lui. Vi racconto questa: io avevo due guerre, una dentro casa, l'altra fuori. Dovevo vincerle. Per ventitré anni non ho mai ricevuto un invito dalla fondazione Falcone. Penso che se hai la disgrazia di rimanere vivo resti un emarginato. Un giorno mi trovo a Punta Raisi per aspettare l'arrivo del suo Falcon10. Lui scende, ma mentre lo aspetto ascolto per radio una notizia. Riferisco a Falcone che era avvenuto triplice omicidio a Bagheria: uccisi i familiari di Marino Mannoia, collaboratore di giustizia. La prima cosa che disse Falcone: 'Andiamo a Bagheria!' ma poi si trattiene capendo che sarebbe stata una sfida oltre che un rischio. C'era possibilità che ci andassi io da solo. Ma Falcone disse una frase che conservo in maniera gelosissima. Vale molto di più della medaglia d'oro: 'A Costanza non lo lascio solo'. Questo era Giovanni Falcone". 

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"Dopo una settimana - racconta Costanza - sono stato convocato nella stanza di Falcone. Mi chiese se fossi disponibile a guidare la sua macchina. Certo, pensai in me. Il mio lavoro è questo: sono un conducente di automezzi speciali. Ma iniziai a capire cosa significava  quella frase solo quando mi misi alla guida della macchina. Il corteo era composto da due volanti aprivano e chiudevano, un elicottero sopra di noi, un’autocivetta e due macchine con la nostra in mezzo. Durante questo incontro ci saranno delle rivelazioni scomode che vanno dette, altrimenti non è antimafia. Falcone non chiamava mai le istituzioni per comunicare i suoi spostamenti. Mi chiamava a casa. Fondamentalmente penso che l’attentato sia un depistaggio. Primo: perché pecorai e macellai non potevano imbottire di tritolo l'autostrada, ci vogliono competenze tecniche. Qualcuno deve averci messo lo zampino. Quella è solo manovalanza. Criminali.

Secondo: la sua nomina ha fatto paura a qualcuno. Ai colletti bianchi. La mafia non è quella che ti spara ma quella che ordina di spararti. Hanno preso la manovalanza, non la cupola. Ho 72 anni, non posso vivere chissà quanto. Ci arriverò a sapere chi ha ideato quella strage? Una strage per paura che riprendesse le indagini nel 1989. Nel 1983 mi trovo in piazza Boccaccio a Palermo quando avverto un grande boato. Veniva da via Federico. Avevano ucciso il consigliere istruttore Rocco Chinnici, assieme al portiere e agli uomini di scorta. Chinnici era un genio, ha pensato di creare un gruppo di lavoro, secondo cui la mafia diventava vulnerabile. Il pool. Succedevano cose strane. Quando si emettevano mandati di cattura non venivano mai arrestati. Falcone un giorno mi ha portato in un casolare. Era l’ufficio di un suo collega. E scoprì che c’erano delle cimici. Scoppiò uno scandalo. In tutto questo la commissione antimafia che avrebbe dovuto per dovere istituzionale sentirmi non mi ha mai sentito neanche oggi. La settimana prima dell’attentato mi disse: 'È fatta, sarò il Procuratore Nazionale Antimafia, ci muoveremo con un elicottero e saremo a Palermo'. L’attentato è un depistaggio".

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"La sua nomina all'Ufficio Istruzioni ha fatto paura a qualcuno. Ai colletti bianchi, come li chiamava lui. La mafia non è quella che ti spara ma quella che ordina di sparare. Un giorno arriveremo a prendere coloro che hanno ordinato la strage. Spero presto. Ho 72 anni, non posso vivere chissà quanto. Ci arriverò a sapere chi ha ideato quella strage? Una strage per paura che Falcone riprendesse le indagini cominciate nel 1989. Quando Antonino Meli prese servizio a Palermo all'Ufficio Istruzioni al posto di Falcone, riteneva che i Magistrati dovessero occuparsi di tutto. Non solo di mafia. Infatti ci furono sei fascicoli che consegnò a Falcone. Smantellò il Pool antimafia. Quando Falcone passò in procura io tirai un sospiro di sollievo. Che durò poco. Mi ha chiesto di seguirlo in Procura. E non per sentirsi dire no. Ma pure lì le cose non andavano bene. Aveva le mani legate".

L'AGENDA - "Dopo l'attentato l'unico che venne a trovarmi fu Borsellino. Parlammo della strage, lui annotò tutto nell'agenda. L’agenda di Paolo Borsellino è sparita, qualcuno all’interno se ne appropriò. La zona dell'esplosione che coinvolse il magistrato sotto la casa della madre era delimitata, non tutti potevano entrare. Solo gli addetti ai lavori. Speriamo venga fuori prima o poi, Vanno dette queste cose, affinché la nuova generazione prenda consapevolezza di questo. Io ho servito lo Stato e sto continuando a servirlo. Io sto servendo lo Stato buono. Con la speranza che paghino i responsabili.  Si dice che io sia l’unico sopravvissuto - spiega Costanza -. Non è vero. Ci sono tre agenti di polizia. Io  sono stato emarginato perché ho deciso di parlare. Dopo il ricovero in ospedale mi sono ritirato in una casa di campagna, di mia proprietà. Ero lì, vegetale. Avevo il telefonino acceso, ma nessuno mi ha chiamato. Un giorno vedo scendere nella mia proprietà una macchina. Da dietro il cancello mi avvicino. Uno mi saluta. Era un poliziotto, assieme a un collega. Mi venivano a controllare. Stavano cercando il capo espiratorio per il fallito attentato a Falcone al mare. Cercavano di infangarmi. Meno male che ero dentro quella maledetta macchina".

"Noi abbiamo un’arma terribile - prosegue Costanza - quella del voto. ‘Dammi che ti do’ abbiamo già messo noi stessi in mano alla mafia se facciamo così. Gli altri sopravvissuti sono rimasti in silenzio". 

LA PASSEGGIATA - "Falcone aveva solo un desiderio: amava tantissimo muoversi, andavamo in piscina al mattino presto, voleva sentirsi libero. E aveva il desiderio di andare a passeggiare in libertà. Mi diceva sempre di fare attenzione alle ambulanze, alle moto con due persone. In Italia bisogna morire, solo così si viene ricordati. Il ricordo che porterò per sempre con me è quello del caffè. Io ero l'unico che poteva andare a casa loro. Perché prima di diventare conducente di mezzi speciali ero un barbiere. E andavo a tagliare i capelli a Falcone. Mi svestivo dei panni di autista e indossavo quelli dell'ospite. La moglie, che studiava i fascicoli con lui, spariva. Tornava con il caffé". 

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