Il ritorno del lupo in Appennino, Legambiente: "Allarmismi immotivati"

Nell'ambito dell'iniziativa Fame da lupi Legambiente, Wwf, Lipu, Cai e Ada prendono posizione a seguito delle polemiche legate alla presenza dei lupi dopo la lettera di 16 sindaci della Val Taro Val Ceno

Oltre 60 escursionisti di tutte le età si sono dati appuntamento nella Riserva naturale dei Ghirardi per la prima delle quattro escursioni organizzate da Legambiente, Wwf, Lipu, Cai e Ada sulle tracce del lupo che è tornato a ripopolare l'Appennino. Segni di un passaggio e di una presenza che non entrano in conflitto con l'uomo ma che, invece, arricchiscono la biodiversità di un territorio sempre meno antropizzato dove la natura si riprende i suoi spazi. Questo è uno dei messaggi fondamentali lanciato dalle associazioni ambientaliste, il ritorno spontaneo e non indotto del lupo nelle valli dell'Appennino, favorito anche da una minore presenza umana e dalla conseguente espansione delle aree boschive. "Il lupo è tornato perchè in montagna sta bene, perchè l'ambiente è favorevole, per la tutela accordata a fine anni Sessanta e perchè il territorio è pieno di ungulati e caprioli, in molti casi ripopolati a fini venatori, che rappresentano una fonte di cibo - sottolinea Guido Sardella Wwf -. Con la minore presenza dell'uomo e il conseguente abbandono dei campi i boschi tornano ad occupare ampie zone, fornendo un habitat ideale per il lupo".

Un ritorno che non ha mancato di destare polemiche alimentando false credenze e paure immotivate, come sottolineato dalla ricercatrice Silvia Guglieri, che nel corso dell'incontro conviviale all'agriturismo Il cielo di Strela ha spiegato come i danni provocati a bestiame e agricoltura siano nettamente più esigui rispetto a quelli provocati da altre specie. Polemiche alimentate anche da una lettera firmata da 16 sindaci della Val Taro Val Ceno, inviata alle istituzioni il 18 dicembre scorso per denunciare i danni che i lupi provocherebbero non solo ad animali domestici e di allevamento ma anche all'uomo determinando ricadute negative sul turismo della zona. Sostenere che il lupo sia una delle maggiori cause di danno all'economia locale è una tesi smontata dalle cifre, considerato che la maggior parte di richieste danni presentate riguardano le altre specie, in particolare i cinghiali. Nel 2013, infatti, in tutta la regione Emilia Romagna i danni da fauna selvatica indennizzati riguardano per quasi il 12% lepri e fagiani, 10% picchi e meno del 5% i lupi. In particolare nel solo ambito di caccia parmense sono stati erogati 198.894 euro di cui 182.000 euro, pari al 91,5%, per danni provocati da cinghiali che insieme ai caprioli sono una delle prede preferite dei lupi. Proprio l'alimentazione della specie è uno dei temi focali, perchè è importante capire le prede preferite dal lupo e quali misure di prevenzione prendere per gli allevatori. "Il lupo si nutre principalmente di carcasse, attacca le prede facili e da almeno due secoli non attacca più l'uomo", sottolinea Guglieri. Oltre ai contributi stanziati dalla Regione per i danni provocati, il Parco Nazionale dell'Appennino Tosco Emiliano ha iniziato la distribuzione di cuccioli di pastore maremmano a protezione del bestiame, insieme ad aiuti alimentari per il loro mantenimento.

Come spiegato anche dalla relatrice, sarebbe opportuno puntare su un piano mirato da parte della Regione per definire i termini di questa nuova convivenza senza, però, inutili allarmismi o paure immotivate, generati in molti casi dai cacciatori per cercare di giustificarne l'abbattimento. Un dato significativo sul cambiamento anche demografico, specialmente della Val Taro, è dato dalla nuova immigrazione che contrasta l'inesorabile spopolamento delle valli montane, una nuova convivenza che può tradursi anche in risorse aggiuntive e prospettive insolite per rivitalizzare l'economia del territorio. Caso emblematico quello del ristoratore de "Il cielo d Strela" Mario Marini, che dalla Bassa ha scelto di trasferirsi in Val Taro per dare vita a una realtà incentrata sul biologico e su prodotti a km0, cercando di convincere anche gli agricoltori del luogo a riprendere la coltivazione cerealicola in quello che, per la particolare tipologia di terreno argilloso, era chiamato anticamente "il granaio della Val Taro", nonostante il maggiore impegno richiesto. "Il tema del lupo è un pretesto per fare notizia - sottolinea Marini -. E' difficile anche solo riuscire a vederlo e pensare di cacciarlo è anacronistico, acuisce una frattura tra chi non vede di buon occhio la caccia e chi ne ha fatto una passione. Sarebbe molto più intelligente considerare il lupo come una risorsa anche per il turismo, un'attrattiva del territorio. La montagna vive se riusciamo a creare risorse per l'immigrazione. Occorre trovare nuovi equilibri e il lupo in questa prospettiva può essere un valore importante su cui puntare, pensando alla sua tutela e al modo di favorire un turismo mirato per rilanciare l'economia di un territorio che può superare la crisi puntando sulla sua diversità".

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