"Tutto è ritmo, tutto è swing. il jazz, il fascismo e la società italiana" all'Arci Zerbini di Parma

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di ParmaToday

Mercoledì 15 maggio 2019, ore 18.00, si terrà la presentazione del volume "Tutto è ritmo, tutto è swing. Il jazz, il fascismo e la società italiana" (Le Monnier) di Camilla Poesio presso l'Arci Zerbini di Parma. L’autrice dialogherà con Marco Minardi (ISREC Parma) con l’accompagnamento musicale di Beppe Di Benedetto e Leo Caligiuri. In Europa il jazz arrivò agli inizi del Novecento, ma in Italia fece il suo ingresso negli anni Venti, proprio quando si affermava il regime di Mussolini. Prodotto di quell’America verso cui il fascismo mostrava amore e odio, il jazz sbarcò con i transatlantici di ritorno da New York, con gli emigrati, le grandi orchestre in tournée, i balli ma soprattutto la radio e il cinema. In alcune realtà, in particolare nei luoghi di villeggiatura e nel clima di mondanità tipico di alcuni grandi alberghi, si radicò grazie a ricchi turisti americani e celebrità del tempo. Il compositore Cole Porter, per esempio, soggiornò a Venezia per alcuni anni, in un prestigioso palazzo sul Canal Grande, e con la moglie Linda fece conoscere il jazz ai veneziani. Gli italiani reagirono positivamente alla nuova musica, soprattutto i giovani, e ascoltarla significò presto assumere comportamenti diversi e utilizzare nuovi prodotti di consumo. L’affermarsi in Europa continentale della figura di provenienza anglosassone della flapper, la “maschietta” anticonformista e vivace caratterizzata dai capelli corti e dal fisico androgino, oltre che dalla frequentazione di locali notturni e dal gusto per musiche e balli indiavolati, segna una cesura con la tradizionale figura del “gentil sesso” e suggerisce la possibilità di uno scardinamento delle gerarchie tra i sessi. Tutto ciò in un paese in cui la Chiesa tuonava con violenza contro quei ritmi considerati amorali e pericolosi. E soprattutto sotto un regime liberticida, quello di Mussolini, che decideva tutto della vita del cittadino, anche cosa ascoltare, dove farlo, con quali restrizioni e quali permessi. Tra proibizioni, censure e esternazioni nazionaliste e razziste da una parte, e impulsi alla modernità e tentativi di italianizzazione dall’altra, la musica americana sopravvisse e mise radici. Il libro di Camilla Poesio non racconta la storia del jazz, piuttosto si concentra sulla storia dell’ascolto del jazz e sul suo impatto sulla società italiana nel periodo compreso tra l’instaurazione del regime fascista e la fine della seconda guerra mondiale. Una vicenda scarsamente divulgata, poiché il jazz è un tema molto esplorato dal punto di vista musicologico ma non altrettanto da quello storico, e un percorso non lineare, anche per via dell’atteggiamento altalenante del fascismo nei confronti del nuovo genere musicale arrivato dagli Stati Uniti. “Il jazz era troppo amato perché fosse tolto del tutto agli italiani, e farlo sarebbe stato una mossa controproducente in termini di consenso” scrive l’autrice nell’introduzione al saggio “Il regime, perciò, fu costretto a bilanciarsi fra spinte conservatrici, sostenitrici di un nazionalismo musicale, poi chiamato autarchia musicale, e una visione più cosmopolita; cavalcò l’ondata nazionalista e, parallelamente, si piegò alla modernità”.

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