"Pista ciclo-pedonale nell’alveo del Torrente Parma: una questione d’identità e non solo d’idraulica"

L'appello di Antonio Bodini, Docente di Ecologia e Valutazione di Impatto Ambientale al Dipartimento Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale dell'Università

Sul progetto per la realizzazione di un Parco Fluviale del Torrente Parma con la costruzione di una pista ciclopedonale interviene Antonio Bodini, Docente di Ecologia e Valutazione di Impatto Ambientale al Dipartimento Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale dell'Università. Il suo appello è stato condiviso da altri docenti. 

"L’Amministrazione Comunale di Parma si propone di realizzare un Parco Fluviale del Torrente Parma che include la costruzione di una pista ciclo-pedonale in alveo. La relazione idraulica che accompagna il progetto della pista sancisce che “l’opera è compatibile con l'assetto idraulico esistente”. Quindi si può fare. Già, si può fare… ma questo implica anche che si debba fare?

Il Piano Territoriale di Coordinamento provinciale (PTCP, Art. 12, comma 17, Norme Tecniche di attuazione) asserisce che la pianificazione comunale od intercomunale può localizzare nelle aree di tutela di invasi e corsi d’acqua realizzazioni a verde pubblico destinabili ad attività di tempo libero. Tuttavia, “sempre alle condizioni e nei limiti derivanti dal rispetto delle altre disposizioni del Piano”. In particolare, “le nuove infrastrutture pubbliche e d’interesse pubblico consentite, riferite a servizi essenziali non altrimenti
localizzabili, sono subordinate alla condizione che non modifichino i fenomeni idraulici naturali e le caratteristiche di particolare rilevanza naturale dell’ecosistema fluviale”. Dunque l’ammissibilità delle opere o progetti di cui sopra dovrebbe essere riferita a servizi “essenziali non altrimenti localizzabili”. Assumendo che il progetto in questione fornisca un servizio essenziale (aspetto sul quale ci si soffermerà in seguito), è possibile che non esista possibilità di una diversa localizzazione? Ci sembra che lo spazio ciclo-pedonale
sopraelevato che corre a fianco dell’alveo del torrente, con opportuno riattamento, possa mirabilmente consentire il godimento dell’ambiente in questione senza interferire con esso in maniera invasiva, come invece accadrebbe nel caso di una pista in alveo. La seconda condizione specificata dal comma 11 del PTCP è che non vengano comunque modificate le caratteristiche di particolare rilevanza naturale dell’ecosistema fluviale, che ovviamente coincidono con il suo assetto ecologico e con gli elementi della biodiversità
animale e vegetale.

Il Titolo II della Norma Tecnica del Piano Strutturale Comunale (PSC) indica quattro categorie di elementi di tutela: “invasi e alvei dei corsi d’acqua, zone di tutela dei caratteri ambientali dei corsi d’acqua, aree di riequilibrio ecologico e Rete ecologica” che sono definite aree d’interesse naturalistico. Il tratto di alveo del torrente su cui insisterebbe la pista ciclabile ricade in almeno tre di queste categorie, considerando che la Rete Ecologica provinciale indica l’alveo fluviale come Corridoio Ecologico Primario. Per queste aree sono
stati stabiliti “obiettivi di conservazione e potenziamento del patrimonio naturalistico e della biodiversità, di conservazione e riqualificazione del suolo, del sottosuolo e delle acque”, da perseguire attraverso “interventi di contenimento e riduzione dei fattori che incidono negativamente sulla qualità dei siti, nonché interventi di ampliamento e riqualificazione degli spazi naturali e di riduzione della loro frammentazione”, con particolare attenzione a “mantenere e potenziare la continuità strutturale e funzionale delle aree naturali,
attraverso l’integrazione e il rafforzamento degli elementi e degli habitat importanti per la vegetazione, per la fauna e per il paesaggio, ripristinando la continuità ove compromessa” e “salvaguardare la funzionalità ecologica e la significatività paesaggistico ambientale degli elementi della Rete”. Da questa panoramica sugli obiettivi di tutela contenuti nelle norme tecniche degli strumenti di Pianificazione, è difficile trovare elementi che giustificano la realizzazione del progetto. Vero è che, per quanto attiene le zone di valenza idraulico-ambientale della rete ecologica, la pianificazione comunale incoraggia “la realizzazione di percorsi ciclo-pedonali e le attività di fruizione legate alla didattica e all’osservazione naturalistica”, ma la loro effettiva realizzazione dovrebbe, secondo le norme testé citate, essere subordinata alla tutela degli habitat, alla riduzione della loro frammentazione, alla protezione delle specie faunistiche e dei loro habitat.

Volendo essere rigorosi ci potremmo chiedere quale sarebbe il reale livello d’interferenza della pista ciclabile sugli habitat e specie ivi insediate. Davvero la presenza della pista disturberebbe le popolazioni animali al punto da comprometterne la vitalità? Per avere una risposta in merito bisognerebbe avviare indagini scientifiche sulla demografia delle specie e i loro rapporti con gli habitat che richiederebbero tempo e risorse economiche anche rilevanti. Ne vale la pena? Ha senso cimentarsi in un percorso così complesso di studio e analisi soltanto per sapere di quanto alveo ci possiamo ancora appropriare senza compromettere lo stato ecologico del fiume e la sua funzionalità? Un approfondimento in questa direzione, del resto, non costituirebbe neanche prova di serietà e rigore scientifico: si potrebbe definire, più propriamente, un accanimento conoscitivo finalizzato a consentire un esproprio. Perché la domanda vera che ci dobbiamo porre per affrontare la sfida della sostenibilità, infatti, non è quanto possiamo sfruttare l’ambiente fluviale (e naturale, in generale) senza metterne a rischio l’assetto ecologico, ma come preservare la sua identità (perlomeno quella che ne rimane).

Basterebbero gli obiettivi di tutela dichiarati negli strumenti di pianificazione uniti a un sano principio di precauzione per consigliarci di rinunciare al progetto. E tuttavia l’Amministrazione Comunale ritiene questa proposta progettuale non solo valida, ma anche d’avanguardia. Il progetto viene, infatti, presentato come volano per “innescare meccanismi di rigenerazione, attrattività e inclusività della Parma del XXI secolo…passando inevitabilmente attraverso una riappropriazione concettuale e funzionale da parte della
collettività di questo luogo magico…, luogo di storia, d’identità sociale, di memoria collettiva, di bellezza”.

La motivazione a questo progetto dunque è costruita attorno a una narrazione basata su uno schema che alterna sapientemente ludico e utilitaristico, realistico e fiabesco al fine di fare coesistere aspetti della realtà virtualmente incompatibili. E, infatti, il “luogo vitale e attrattivo, occasione d’incontro e di svago, luogo da godere e accessibile a tutti” resta comunque una minaccia nel momento delle piene. Intendere questo progetto come “esempio d’integrazione armonica tra uomo e natura” è un tentativo di piegare una
realtà molto contraddittoria, quella del rapporto tra uomo e fiume, a uno schema narrativo quasi onirico cui si dà però un tono realistico attraverso messaggi di ordine pragmatico, del tipo: “… leva potente per rigenerare dal punto di vista economico, culturale e turistico il nostro territorio, rendendolo più attrattivo e accogliente”.

L’idea di “riappropriarsi” dell’alveo realizzando la pista ciclabile prefigura inevitabilmente scenari anche più inquietanti. Per esempio, dopo la pista non si dovrebbe delocalizzare un chiosco per il ristoro di ciclisti assetati? Un paio di ombrelloni qua e là per una siesta in riva al fiume? Sempre, beninteso, all’insegna di attrattività e fruibilità, che sono i nuovi paradigmi di quell’idea fasulla di sostenibilità che si è diffusa con l’esplosione del marketing della compatibilità ambientale. Si dice anche che l’alveo della Parma sta accogliendo già in queste giornate primaverili un certo numero di presenze; tuttavia non si può pensare che un’amministrazione debba alimentare queste tendenze sdoganando con il progetto la fruizione massiccia dell’habitat del torrente. Una presenza limitata, non invasiva, può essere accettabile; ma l’obiettivo dovrebbe essere comunque educare al rispetto degli spazi limitati di cui la natura ancora dispone, senza dovere per forza fruirne. Questo davvero costituirebbe il presupposto per realizzare una vera integrazione tra uomo e ambiente, secondo una visione di grande rilevanza ambientale, spessore culturale e progresso civile. La fruizione è vista come una opportunità offerta all’uomo dall’ecosistema, secondo una prospettiva che si è venuta consolidando attorno al concetto di servizio eco-sistemico, espressione che identifica i benefici che la natura fornisce all’uomo: cibo, aria pulita, acqua, valore estetico, capacità depurative ecc. Se davvero desideriamo migliorare la qualità del nostro ambiente in generale, e dell’alveo del Torrente Parma in particolare, forniamo noi, per una volta, un servizio all’ecosistema: lasciamolo in pace!"

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