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Lunedì, 6 Dicembre 2021
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Galli, il partigiano che visse due volte: "Voglio augurare 'lunga vita' al Presidente Mattarella

Rapito dalle brigate nere, combattente e prigioniero nel carcere di San Francesco durante la Seconda Guerra Mondiale, torna nel posto che lo ha tenuto carcerato per 60 giorni: "Avevo paura solo delle torture. Oggi è difficile parlare ai giovani, ma c'è una strada"

Ha gli occhi lucidi, gonfi di storie nascoste e commozione, per un momento che attende da tempo. Sulla mano una frase, lunga nove lettere. "Un augurio, un buon auspicio. C'è scritto 'Lunga vita', lo vorrei dire al Presidente Sergio Mattarella, se mi è possibile. L'ha scritta un partigiano, da sempre amante e sostenitore della Repubblica". E' il desiderio di Oreste Galli, ex partigiano combattente e prigioniero nel carcere di San Francesco durante la Seconda Guerra Mondiale, torna nel posto che lo ha tenuto carcerato per 60 giorni. E' stato rapito dalle brigate nere, la polizia tedesca l'ha portato qui, un posto che un tempo era un carcere, oggi restaurato e di nuovo Chiesa che - come San Francesco - mostra ancora le sue piaghe nonostante il restauro. Hanno voluto fossero visibili, perché sono ricche di storia, di significato, di valore e anche di insegnamenti. 

Come la vita di Galli, 95 anni, accompagnato dal figlio Paolo, che gli ha dato tre nipoti. "Amo i giovani, ma è difficile dare loro insegnamenti - dice Oreste -. Ho tre nipoti, il loro padre li ha educati bene: studiano, si sono laureati, e mi verrebbe da dire che questa sarebbe la strada. Ma oggi più che emozionato, è come se mi sentissi in diritto di venire qui per ricordare un passato brutto che oggi è diventato bello. Sono stato catturato dalle brigate nere e poi consegnato ai tedeschi che mi hanno portato nelle carceri di Parma. Me la sono cavata bene perché non avevo un senso di paura, rispetto agli altri: eravamo nel raggio degli ostaggi, i meno fortunati se li portavano in giro nelle province dove venivano scambiati con altri ostaggi, magari perché era stato colpito un militare e avevano bisogno. Io ero solo terrorizzato che mi torturassero, una pratica di allora tremenda. Quando c'ero l'ora d'aria riuscivo a parlare con un mio comandante di distaccamento di Bardi: mi diceva che io me la sarei cavata. Ed ero più sicuro. Un mio amico, Ossiprandi Nello, è stato fucilato il 23 maggio a Noceto". Lui ce l'ha fatta, adesso può raccontare la sua storia e, perché no, stringere la mano al Presidente per dirgli da vicino: "Lunga vita". 

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