Senzatetto, dopo il freddo continua l'emergenza: quasi 900 persone nei dormitori

Tra clochard, famiglie sfrattate, immigrati di seconda generazione, i padri separati: viaggio nelle emergenze sociali della nostra città

Dal 1° gennaio al 31 maggio del 2019 sono passate negli alloggi della Caritas di Parma 813 persone di cui 579 uomini. Degli uomini 478 sono disoccupati. Nel dormitorio maschile sono attualmente presenti 65 persone. Questi i numeri di un’emergenza che continua in città: se si poteva pensare – nella prima parte dell’anno soprattutto – che le cifre fossero ‘gonfiate’ dall’emergenza freddo, gli ultimi dati  parlano di una necessità impellente da risolvere in un contesto in cui mai avremmo pensato a tanto bisogno di aiuto. “Le emergenze – precisa il direttore di Caritas Cecilia Scaffardi – sono di due tipi: le famiglie sfrattate e i senzatetto, maggiormente immigrati di seconda generazione, che non sono il frutto del decreto sicurezza. La prima è dovuta sostanzialmente al mancato processo di prevenzione. Si deve intervenire prima che lo sfratto diventi esecutivo. Perché l’alternativa è la strada. E questa è propedeutica poi alla seconda tipologia di emergenza. Quella che contempla i senzatetto. Attualmente abbiamo posti disponibili, qualche letto c’è, ma ci sono situazioni dove persiste la volontà di non accedere alle strutture. Alla base di queste decisioni ci sono problemi psicologici, guai psicofisici, di carattere sociale”.

Per cultura, ci fa capire la Caritas, è sempre difficile accettare di andare a vivere nelle loro strutture. Perché vivere in Caritas probabilmente è sinonimo di sconfitta, difficile da accettare. C’è anche chi piuttosto preferisce girovagare, ed essere un pendolare errante. Cambiare stazione giorno dopo giorno, attraccare in un porto diverso ogni notte. L’emergenza in questo senso è aumentata

"Il problema non è il posto in dormitorio, la prima istituzione che ha l’aggancio diretto con questa tipologia di pazienti (perché poi diventano dei pazienti, lo sono a tutti gli effetti) è il pronto soccorso – dice la Scaffardi -. Bisognerebbe fare in modo che ci sia un intreccio maggiore  tra sanitario e sociale. E di conseguenza pensare a strutture con un accesso più libero, ma sempre salvaguardando alcune condizioni: vietare l’ingresso a chi ha con se alcol, o droga, o oggetti atti ad offendere. C’è l’impressione – secondo la Scaffardi – che nel 2018 siano diminuite le richieste ma non vuol dire che siamo fuori dall’emergenza. La crisi c’è, solo che alcuni migranti che popolano i nostri dormitori, sono andati fuori dall’Italia. Le situazioni abbondano e richiedono risorse concrete. Alcune situazioni sono abbastanza precarie, non si possono allentare i discorsi sulla vigilanza”. 

"Nelle nostre strutture di accoglienza -continua Cecilia Scaffardi- ci sono anche dei papà separati. Qualcuno che ha la famiglia al sud, qualche altro che invece abita in città ma è separato dalla moglie. Altri hanno problemi lavorativi grossi, questa crisi li ha portati al alte soluzioni per uscire dal baratro, vedi il gioco d’azzardo). Che ha portato alla loro rovina e a quella della famiglia. Alla fine la crisi del mondo lavorativo ha portato a cascata delle crisi famigliari. Alternative? Le scorciatoie che hanno provocato tonfi assordanti”.

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