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Martedì, 7 Dicembre 2021
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“Vivere e non Sopravvivere"

Il 12 novembre a Parma si torna a parlare di 'giustizia riparativa' all'Auditorium Paganini

La giustizia riparativa torna a Parma il prossimo venerdì 12 novembre, all'Auditorium Paganini, con la terza edizione di "Vivere e non Sopravvivere", in un evento, promosso dal Comune di Parma insieme a CGIL Parma, in collaborazione con Rinascimento 2.0 aps e con il patrocinio della Provincia di Parma, focalizzato questa volta su "la storia, il linguaggio, la parola, l'ascolto". La conduzione dell'incontro, che vedrà tra il pubblico numerose classi delle scuole superiori del territorio, sarà affidata al giornalista e saggista Gad Lerner. “Si tratta di un progetto coraggioso vista la tematica – ha esordito il presidente del Consiglio Comunale Alessandro Tassi-Carboni, rappresentante inoltre della Provincia di Parma – che abbiamo apprezzato e nel quale abbiamo creduto fin da subito.

I complessi e delicati percorsi personali dei singoli protagonisti assumono una valenza collettiva molto importante soprattutto per le nuove generazioni: il dialogo, l’incontro e l’ascolto come strumento per provare a curare le proprie ferite e cercare di rimarginarle". “Il tema della giustizia riparativa su cui si fonda il progetto – ha sottolineato Massimiliano Ravanetti, Filctem CGIL Parma, nel tratteggiarne la genesi – offre la possibilità, soprattutto ai giovani, di conoscere e capire, attraverso le testimonianze dirette dei protagonisti, una modalità importante di approccio ai conflitti, fatta di dialogo e avvicinamento. Siamo noi a dover cercare di fornire questi strumenti ai ragazzi anche per contestualizzare quel periodo storico e guardare al futuro con altri occhi". “La nostra Associazione – ha detto Manlio Maggio, presidente Rinascimento 2.0 – si occupa non solo di cercare di valorizzare luoghi cittadini attraverso significative iniziative culturali, ma anche di supportare e collaborare in favore di eventi in cui crediamo come questo che presentiamo oggi: una iniziativa fondamentale nella lotta all’oblio di questo tempo per dimostrare come la conoscenza possa spezzare l’odio, all’interno di percorsi di violenza e sofferenza, spesso difficili da affrontare anche dopo molti anni".

“Abbiamo aderito all’intuizione di Massimiliano Ravanetti – ha spiegato Lisa Gattini, segretaria generale CGIL Parma – attraverso un percorso complesso e di confronto, ma abbiamo deciso di promuovere questo evento (e ringraziamo il Comune per averci affiancati) perché non lascia spazio a giudizi o sentenze ma mette l’accento sull’importanza dell’ascolto. L’ascolto delle vittime e degli esecutori dei crimini, che hanno intrapreso un percorso di dialogo e avvicinamento per provare a vivere e non sopravvivere appunto, con grande senso di responsabilità, senza cedere a buonismi e senza fare sconti a nessuno, con la consapevolezza di quanto il linguaggio e la parola (a cui è dedicata questa edizione) possano costruire la realtà nella quale viviamo". Ripercorrere la storia di ieri, le persone che l'hanno vissuta e attraversata, e rivederle oggi, quelle persone che hanno o subito o compiuto errori, ha un aspetto comunicativo e di elaborazione importante. Ma soprattutto è uno strumento per capire quanto il linguaggio abbia un ruolo e un valore fondamentali nei rapporti sia politici che umani.

Gli anni ’70, ma anche le vicende di mafia, rappresentano senza dubbio eventi “traumatici” della storia italiana. Spesso si parla in effetti di una ferita non rimarginata che ha prodotto un “oblio difensivo” con significative ripercussioni sulle generazioni a venire. Nonostante il tempo passato e tutte le relative storicizzazioni, questi argomenti rappresentano un tema tuttora difficile da trattare, ma che può e deve essere elaborato oggi partendo dalle vicende che li hanno caratterizzati, comprese le vicende private, per arrivare a guardare cosa è rimasto di quei fatti e delle persone che li hanno “prodotti” e subiti. Le sentenze infatti non bastano, senza contare che una delle cause della mancanza cronica di una memoria condivisa su quel passato sta nell’uso pubblico e politico della storia, troppo spesso strumentale a questa o quella parte. Il crimine determina una frattura nelle relazioni sociali. In una società che prenda le distanze dall’idea del capro espiatorio, non si dovrebbe puntare a riparare quella frattura? Da qualche tempo si discute di giustizia riparativa, restaurativa, riconciliativa. Il bisogno di incontrare, ascoltare e comprendere parte dai famigliari delle vittime: Agnese Moro, figlia dello statista Aldo ucciso dalle BR nel ‘78, Giorgio Bazzega, figlio del poliziotto Sergio ucciso dal brigatista Walter Alasia in un conflitto a fuoco, Manlio Milani, marito di Livia morta nella strage di Piazza della Loggia a Brescia, hanno incontrato, ascoltato e costruito un percorso con Franco Bonisoli, ex brigatista componente del comitato esecutivo delle Br, o Adriana Faranda, membro della colonna Romana delle Br. A queste persone si avvicina e si affianca Fiammetta Borsellino, figlia del giudice Paolo ucciso dalla mafia. Alla base di queste storie, fatte di conflitti, dolori, delitti subiti e agiti, ci sono persone con le loro storie, e con un vissuto fatto anche di parole pronunciate e subite, di comunicazione interrotta e ricostruita, che hanno un grande messaggio da offrire a tutti noi su quanto sia importante sapersi ascoltare, confrontarsi ed anche rimproverarsi, ma sempre in maniera non violenta e sempre mettendo al centro la parola, senza pensare che sia impossibile immaginare percorsi diversi o addirittura antitetici a quelli intrapresi in quei difficili anni.

Agnese Moro spesso afferma di avere avuto “molte occasioni per constatarlo personalmente, attraverso il dialogo serrato con alcuni di coloro che allora furono protagonisti della lotta armata. Nei loro racconti non e? il carcere duro, la repressione, l’isolamento ad aiutare una profonda riflessione, ma piuttosto l’essere stati riconosciuti da qualcuno come esseri umani... Siccome gli autori delle violenze si erano comportati da mostri, io pensavo che loro fossero solo dei mostri. Invece ho scoperto che erano esseri umani, pieni di umanità come me. Parlando con Franco Bonisoli, scoprii che usava i permessi in carcere per andare a parlare con i professori di suo figlio. Quasi nessun padre lo fa. Per me è stato uno shock, ho pensato: «Ma allora è umano. Allora anche lui soffre. Allora io non ho il monopolio del dolore».

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