"E dopo la laurea?" Il futuro fa paura e gli studenti cercano risposte

Quando si respira solo aria di precariato, studiare per aspirare ad una professione è un sogno o un'utopia?

A scuola circolava la filastrocca latina "studere studere, post mortem quid valere?", ma oggi il "post mortem" sarebbe da eliminare. «Sono laureata in comunicazione e passo di lavoretto in lavoretto da tre anni». «Collaboro saltuariamente con un grande giornale, mi pagano 50 euro a pezzo. E sono fortunato». Siamo quasi abituati a sentire quotidianamente lamentele simili in tv, in internet, in piazza... siamo quasi abituati anche a lamentarci e siamo quasi abituati ad ironizzare sul futuro precario, sperando magari che tutto si sistemi prima che tocchi a noi. Ma quando questo futuro si avvicina, quando la laurea non viene più vista come un traguardo ma come un punto di partenza, è il caso di rimanere tra queste abitudini? La disoccupazione giovanile ha toccato vette del 30% e spesso l'unico modo di procurarsi un reddito è accettare dei "macjob", lavori precari, sfruttati e malpagati. È questa la realtà che ci circonda e non è questo a cui aspira chi studia meritevolmente facendo anche sacrifici economici per mantenersi (non indifferenti di questi tempi). Il 7,5% dei laureati, cinque anni dopo avere preso il diploma, non ha ancora trovato un lavoro. Il salario medio di un laureato italiano, sempre a un quinquennio dal diploma, è di 1.600 euro. In Francia è di 2.200, in Germania addirittura di 3.700. Per questo chi può scappa all’estero. Oppure si rifugia nello studio a vita: se nel 1996 meno di un quarto della popolazione fra i 25 e i 29 anni era ancora alle prese con libri ed esami, oggi la percentuale è salita al 35%, oltre uno su tre. Questi, spesso, restano numeri o dati astratti assimilati dai mass media. Ma quando in primis i propri genitori, dopo anni di carriera lavorativa, si ritrovano in cassa integrazione a lottare doppiamente per arrivare a fine mese e mantenere anche i propri figli all'università? Mentre i figli studiano per un futuro migliore, i genitori di oggi lottano per il loro presente e per questo disilluso futuro. Quanto a lungo può durare questa battaglia? Ebbene, i giovani sono stanchi di essere "professionisti del dubbio" (dal titolo del libro di Alessandro Barbano) e l'instabilità non può perdurare senza generare svolte. Molti docenti universitari hanno speso minuti, se non ore, delle loro lezioni per sensibilizzare gli studenti ad affrontare coscienziosamente questa tematica: "E poi cosa farete? E come farete? Secondo voi i Master sono utili oppure sono solo un limbo dove rinchiudersi a temporeggiare?", ci domandano. Il silenzio nelle aule parla da sè. Le risposte non le abbiamo, le cerchiamo in chi ci dice di avere fiducia invece di darci certezze. Si è consapevoli che una laurea o un master non fa più la differenza (qualora ci si possa permettere il master), che non si ottiene quel che si spera nonostante impegno e dedizione come anni fa. Oggi tutto è moltiplicato: moltiplicate le tecnologie, le reti comunicative, moltiplicate le opportunità... ma moltiplicati sono anche, di pari passo, gli aspiranti a tali opportunità ormai prive di selezioni adeguate. E quando le uniche certezze sono queste, è doveroso lodare chi non si arrende, chi ci crede ancora nel miglioramento e non abbandona la costruzione del proprio futuro nonostante il timore sconfortante che il vano che si respira attorno possa far crollare tutto nell'arrendersi e nell'accontentarsi. Ma anche questa battaglia di speranza quanto può durare? 

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