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Martedì, 24 Maggio 2022
Cronaca

E' morto Alberto Michelotti, l'arbitro parmigiano di tutti

Era ricoverato al Maggiore da qualche giorno: uno dei personaggi più amati

E' morto all'età di 91 anni Alberto Michelotti, uno dei volti della città più popolari di sempre. Era ricoverato all'Ospedale Maggiore. Michelotti è stato uno degli arbitri italiani più grandi di tutti i tempi, un parmigiano verace dell'Oltretorrente. E' li che è nato, Alberto 91 anni fa, nel cuore di una città che lo ha amato e che adesso si stringe intorno alla sua famiglia in questo momento di dolore. 

Comincia la sua carriera da portiere, arrivando fino alla vecchia Serie C. Poi decide che è il momento di lasciare il calcio, ma non di uscire dal campo. Diventa arbitro, ma ha 30 anni, forse un po' troppi per intraprendere la carriera professionale. Poco male, brucia le tappe e debutta in Serie A nel 1968. Il 14 aprile, gli tocca Napoli-Varese. Sempre l'ex Stadio San Paolo, questa volta nel 1981, gli tributa il saluto alla carriera dopo 13 anni di carriera. Questa volta la partita è una di quelle imperdibili: Napoli-Juventus. Al termine della quale, il San Paolo con uno striscione gli serve l'ultimo tributo: "Albè, tu si 'na cosa grande". A livello nazionale, fu protagonista di ben 3 finali di Coppa Italia: Fiorentina-Milan (28 giugno 1975), Roma-Torino (17 maggio 1980) e ancora Torino-Roma (17 giugno 1981).

Considerando che quattro anni dopo è già un arbitro internazionale, si capisce bene come la sua cavalcata sia andata a ritmo sostenuto.  Infatti, nel luglio 1976 fu selezionato per le Olimpiadi di Montreal: arbitrò allo "Stade Olympique" Messico-Israele (2-2) e successivamente il quarto di finale ad Ottawa tra Germania Est e Francia terminato 4-0 (un paio di curiosità: in queste due partite concesse tre calci di rigore ed espulse un totale di ben cinque giocatori!); nel 1979 gli toccò la finale di ritorno di Coppa UEFA, giocata a Düsseldorf tra Borussia Mönchengladbach e Stella Rossa e vinta per 1 a 0 dalla squadra tedesca e nel 1980 coronò la carriera con la partecipazione agli Europei di calcio in Italia, dove si segnalò per la direzione dell'incontro inaugurale del Torneo, l'11 giugno a Roma, Cecoslovacchia-Germania Ovest, con successo della nazionale tedesca, poi vincitrice del Campionato Europeo, per 1-0.

Non ha mai avuto la possibilità di partecipare ad una Coppa del Mondo: il suo anno "buono" avrebbe dovuto essere il 1978 ma gli venne preferito Sergio Gonella: si dovette "accontentare" di dirigere tre partite di qualificazione. Il 13 ottobre 1976, quindi poco dopo la sua esperienza canadese per i Giochi Olimpici, gli toccò a Praga Cecoslovacchia-Scozia (2-0). Quasi un anno dopo, il 15 luglio 1977 (giorno del suo compleanno) "emigrò" nella zona Africana per Egitto-Zambia, vinta dai padroni di casa per due a zero ed infine, il 16 novembre, a Smirne vide la vittoria della Germania Est sui padroni di casa turchi per 2-1.

Chi lo conosce bene all'epoca lo racconta con una simpatia per l'Inter. Sbarca a San Siro da arbitro il 28 dicembre del '69, c'è da dirigere Inter-Bologna. A un certo punto della partita, Mario Corso, beniamino della Milano nerazzurra del tempo, finisce a terra in area di rigore. Per lui è rigore, per Michelotti no, tanto che l'arbitro parmigiano lascia proseguire e Corso a brutto muso gli dice: "Mi sa che lei non arbitrerà più a San Siro". Michelotti non si scompone, estrae il cartellino rosso dal suo taschino e lo espelle. Cinque giornate di squalifica a Corso, dopo il referto di Michelotti da Parma. 

Nel 2020 viene inserito nella Hall of fame del calcio italiano, nel luglio 2021 viene nominato dirigente benemerito AIA dal comitato nazionale AIA, ma Michelotti da Parma è rimasto sempre il figlio dell'Oltretorrente, di Elsa, la venditrice ambulante di frutta, e di quel pezzo di città che più di tutte ha combattuto il fascismo tra trincea e fuga. Una volta, mentre faceva la spola con gli zii partigiani nascosti a Varano, fu arrestato e portato nella caserma fascista al Petitot. La madre Elsa sputò in faccia al terribile Bragò e si fece riconsegnare il figlio: la famiglia di Alberto apparteneva agli "Arditi del Popolo". Lui da oggi, da sempre, appartiene un po' di più a Parma. La sua Parma. 

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