Le aziende del territorio piegate dalla crisi: perdere il lavoro a 50 anni

Uno spaccato di una situazione difficile che vede la chiusura di aziende del territorio.Insolvenze, crisi interne e esternalizzazioni tra le cause che portano a chiudere lasciando a casa spesso persone che a 50 anni non sanno se troveranno un altro lavoro

Protesta lavoratori Mazzoni salotti

Una situazione drammatica che probabilmente non ha ancora toccato il fondo. Le aziende del territorio risentono ormai da tempo di ristrutturazioni e esuberi con vertenze lunghe mesi con battaglie dei lavoratori per difendere il posto di lavoro. Neppure i tentativi di intraprendenza di alcuni lavoratori per scongiurare la chiusura trovano poi concretezza scontrandosi con troppi rischi e difficoltà pratiche. Una situazione potenzialmente esplosiva, l'aveva definita Antonino Leone Fillea Cgil, per le pesanti ricadute sociali su lavoratori e famiglie che rischiano di perdere il posto di lavoro e hanno davanti prospettive di ricollocazione pressocchè nulle in un territorio costellato di aziende in crisi sull'orlo della chiusura. C'è chi si ritrova dopo anni di esperienza a perdere il posto a cinquant'anni e non sapere se e quando potrà essere nuovamente assunto.

L'ultimo caso quello della Prefabbricati Parma, azienda leader nel settore con sede a Colorno che il 25 luglio scorso ha interrotto le produzioni e va verso la chiusura con liquidazione. Una crisi che, dopo la notizia della presentazione del concordato in continuità, è sfociata nel marzo scorso con un presidio di protesta dei lavoratori davanti alla sede di Colorno per la mancata ricezione di due mensilità. Dopo l'ammissione al concordato liquidatorio, posto in bilico per 46 lavoratori che hanno cercato di trovare una soluzione alternativa che ora, però, sembra già sfumare. Un gruppo di loro ha pensato nei mesi scorsi di costituire una cooperativa che comprendesse parte dei dipendenti, ex fornitori, ex collaboratori e contoterzisti per unire le forze e affittare un ramo d'azienda scongiurando la chiusura e la perdita del posto. Troppi rischi, davanti all'inevitabile dispendio economico da parte di ognuno di loro con la possibilità concreta anche di perdere quanto dovuto con la chiusura dell'azienda. Dopo gli incontri tra lavoratori e sindacato, come sottolineato da Mauro Toscani, Filca Cisl, i lavoratori sembra siano propensi a rinunciare a questo tentativo: "E' necessario un dispendio economico non indifferente da parte di chi intende percorrere questa impresa. Si tratta di lavoratori che non solo stanno perdendo il lavoro ma che hanno dovuto vivere per mesi con stipendi arretrati, mutui da pagare e famiglie da mantenere nel caso di situazioni monoreddito. Per questo affrontare un percorso simile diventa davvero troppo rischioso, potenzialmente sarebbe potuta essere una soluzione davvero significativa anche per l'impegno in prima persona per tutelare la propria occupazione, ma nel concreto è un azzardo troppo grosso che può mettere ancor più in ginocchio i dipendenti e le famiglie interessate".

Quella della Prefabbricati Parma solo una delle ultime aziende in crisi del territorio, dopo i mesi difficili vissuti anche dai lavoratori della Mazzoni Salotti, che hanno portato avanti una serie di proteste contro le intenzioni dei vertici che mettevano a rischio 30 posti di lavoro. Dopo sessant'anni di attività e personale con decenni di esperienza la notizia di chiusura e l'avvio di una trattativa approdata in Provincia con la richiesta sindacale di attivare contratti di solidarietà nell'ottica di un abbattimento dei costi per l'azienda e di un mantenimento in vita dell'attività produttiva. Ora invece, a sette mesi dalla notizia di chiusura, è stata ammessa la richiesta dell'azienda di un concordato liquidatorio, per i lavoratori si profila la cassa integrazione straordinaria e l'unica speranza potrebbe essere una newco con l'affitto di un ramo d'azienda.

Fallita anche la Bellocchi Spero, un'altra azienda storica del territorio messa in ginocchio dalla crisi e che dopo mesi si ritrova a dover pensare al licenziamento dei dipendenti. Risale ormai a quasi un anno fa la prima protesta dei lavoratori di via dell'Industria che, il 3 ottobre 2012 avevano incrociato le braccia per protestare contro il rischio chiusura. Ora sono ancora in corso le trattative sindacali per vedere riconosciute le mensilità arretrate dovute ai lavoratori, ma a ottobre è prevista la fine della cassa integrazione straordinaria e lo scattare dei licenziamenti.

Tra le ultime vertenze ancora in corso quella della Cft di via Paradigna, con la notizia, lo scorso 13 giugno, di 64 esuberi e la battaglia portata avanti dalla Fiom per tutelare i lavoratori con la firma di un'ipotesi di accordo nei giorni scorsi. Una sorta di mobilità volontaria la proposta che l'azienda in questi giorni sta avanzando ai lavoratori, che potrebbero accettare anche per la percezione di instabilità occupazionale. "Ci sono persone che lavorano nell'azienda da 35 anni, c'è chi ha messo la vita in questo lavoro - sottolinea Antonella Stasi, Fiom -. Probabilmente neanche con questi sviluppi si potranno dire risolti i problemi interni, considerando che ci sono debiti e la situazione generale di crisi contribuisce negativamente. Questo accordo è quanto siamo riusciti a portare a casa, si tratta comunque di una perdita di posti di lavoro". Una situazione difficile acuita dal fatto che si tratta per la maggior parte di persone che hanno maturato molti anni di esperienza ma che si ritrovano, a cinquant'anni e magari con famiglia e mutuo alle spalle, a perdere il lavoro e non sapere se e quando ne potranno trovare un altro.

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