Englaro a Parma: "Diritto di dire 'No' all'accanimento terapeutico"

Affollata l'aula dei filosofi di via Università, per l'incontro con Beppino Englaro "Quando la vita non è più vita", organizzato da Sinistra Studentesca Univestitaria e Libertà e Giustizia

Beppino Englaro, incontro organizzato da Sinistra Studentesca

"Non vede, non sente, non parla, non ha emozioni. La vita che le hanno restituito è quella che lei ha sempre definito senza senso, senza dignità". Questo uno stralcio della lettera aperta, scritta nel 2004, dopo oltre dieci anni dallo scioglimento della prognosi sull'irreversibilità delle condizioni di Eluana Englaro, a seguito dell'incidente del 18 gennaio 1992. Una battaglia, quella raccontata ieri nell'aula dei filosofi di via Università, da Beppino Englaro nel corso di un incontro organizzato da Sinistra Studentesca Universitaria con Libertà e Giustizia, che ha diviso l'opinione pubblica in tema di vita, morte e dignità. "Un anno prima del suo incidente – afferma Englaro – aveva visto il suo amico Alessandro, in condizioni gravi e seguendo l'evoluzione dell'accanimento terapeutico in lui, si era espressa nettamente contro, ritenendo quello stato peggiore della morte stessa. Abbiamo portato avanti questa battaglia proprio perchè certi del suo pensiero, contro quella concezione di vita intesa dai medici come tutto ciò che non è morte encefalica".

Il consenso alla base del rapporto tra medico e paziente, il punto focale su cui si snoda la vicenda, a causa dell'incapacità di intendere e di volere della giovane, con la conseguente impossibilità a dire "no, grazie" alle terapie. "I medici, con le terapie dell'alimentazione forzata, stavano interrompendo il processo del morire. Chiedevamo solo che venisse ripreso quel processo che avevano interrotto". Una sala affollata ha ascoltato per quasi due ore la testimonianza di Beppino Englaro, che ha definito sua figlia una vittima sacrificale prima dei medici, che per scienza, coscienza e giuramento di Ippocrate non volevano interrompere quel processo di morte, e poi vittima anche dei conflitti di potere politico.

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"La reazione del mondo ecclesiastico è stata emblematica, evocando l'eutanasia, che è quanto di più lontano da tutto questo, dato che non significa "ti lascio morire", ma "ti faccio morire". Un termine deprecabile, usato anche tuttora ad hoc per questa situazione". E nel citare Sciascia, Englaro ha concluso il suo intervento tra gli applausi degli studenti: "A un certo punto della vita non è la speranza l'ultima a morire, ma il morire l'ultima speranza. E per Eluana è stato così".

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