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Via Burla, parla un ex-detenuto: "Ho imparato un lavoro, ora faccio l'agricoltore"

A distanza di un anno dall'uscita dal carcere cittadino, G. ha deciso di confidarsi a ParmaToday per descrivere come la sua vita è cambiata dopo un lungo periodo di detenzione. Un ringraziamento speciale all'associazione di volontariato parmigiana "Per ricominciare"

G. ha 37 anni. Dieci sono invece quelli che ha trascorso come detenuto nel carcere di Parma. Poco più di un anno è trascorso da quando ha finito di scontare la sua pena, ma il ricordo di via Burla resta vivo, anche se ora ha iniziato una nuova vita come agricoltore nella sua terra d'origine, Menfi, un piccolo paese nella provincia di Agrigento. 

Resta sorpreso dalle notizie apparse in questi giorni sulla stampa, che commenta solo brevemente, sentendo un forte contrasto con il trattamento da lui ricevuto: “il carcere è duro in tutti i sensi, questo lo può immaginare anche chi non c'è mai stato – sostiene – ma nessuno del personale mi ha mai minacciato, né tanto meno percosso. Non ho neppure mai sentito nessuno dei miei compagni di allora lamentarsi in tal senso. Non riesco a credere sia potuto accadere un fatto del genere. Ammesso sia successo, si è trattato solo di un episodio”. Riguardo ai suoi rapporti sia con le guardie, sia con gli educatori, afferma che sono sempre stati buoni. Si è sentito ascoltato e capito, in particolare dalle educatrici.

Il carcere è stato inoltre per me un'occasione per imparare un lavoro. Infatti ero uno di quei detenuti addetti alla manutenzione del verde pubblico. A Parma ho scoperto l'hobby del giardinaggio e anche ora che sono a casa mia, quando mi capita di potare una pianta, mi ricordo degli insegnamenti ricevuti”. Del suo nuovo cammino di vita preferisce infatti parlare G., di quel coraggio che gli ha permesso di ripartire da zero, senza perdersi mai d'animo.

Come sono stati i primi tempi dopo essere uscito da via Burla?
Molto faticosi, non avevo quasi nulla da mangiare. Avevo solo l'affetto dei miei famigliari. Mio nonno in particolare contava molto su di me. Purtroppo dopo solo pochi mesi che ho potuto riabbracciarlo è morto. Un avvenimento brutto, senz'altro, ma anche un'immensa sorpresa: credendo in me, mi ha lasciato in eredità i suoi campi. Così, quasi da un giorno all'altro, mi sono trovato a gestire 60 ettari di terreno. All'inizio non sapevo da che parte prendere, poi ho deciso di seminare verdure biologiche, ancora rare dalle mie parti. Mai avrei pensato che mi sarei potuto letteralmente innamorare della terra e degli animali. Invece è successo. Dopo il periodo di privazione della mia libertà trascorso a Parma, il contatto con la natura mi ha fatto scoprire il valore delle cose semplici. Alla mattina mi sveglio, apro la finestra e vedo gli uccellini e tanto verde. Capisco che qui ho tutto quello che mi fa star bene.

E la tentazione della vecchia vita?
No, quella no. Ho capito che per avere delle soddisfazioni bisogna avere una gran forza di volontà, non furbizia, come un tempo pensavo. Con quella non si va da nessuna parte. Anzi, negli anni di permanenza a Parma, ho visto persone uscire dal carcere e rientrarvi dopo pochi mesi, probabilmente proprio perché si consideravano più furbi degli altri. Io ho voluto cambiare radicalmente, anche se avevo paura di fallire.

A Parma hai parlato con qualcuno di questi tuoi timori?
Si, con gli educatori, con Don Cocconi, ma anche con i volontari di un'associazione parmigiana. Si chiama “Per ricominciare” e l'ho conosciuta in occasione dei miei permessi premio. I volontari mi hanno portato a visitare la città, a prendere una birra al bar (un sogno, a quel tempo), a fare le cose che fanno tutti insomma, ma che a me erano proibite. Durante questi incontri, mi sono potuto confidare e loro mi hanno aiutato ad avere fiducia in me stesso. Essere ascoltato senza essere giudicato è stato fondamentale per la mia crescita. Nessuno dei volontari mi ha mai chiesto che reato avevo commesso. Hanno voluto conoscermi come persona, non come “criminale”. Ho dei bellissimi ricordi della gente di Parma.

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