Fiumi di cocaina da Panama e Brasile per il 'mercato' di Parma: più di venti arresti

Operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia: la droga arrivava dai cartelli criminali dal Sudamerica

Associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti”, con l’aggravante della transnazionalità del reato, “Detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti”, “intestazione fittizia di beni”, “riciclaggio ed auto riciclaggio”. Queste le pesanti accuse per 27 indagati finiti nei guai e arrestati dai carabinieri, che hanno portato a termine un'indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno. Fiumi di cocaina che partivano dal Sudamerica - Panama e Brasile - per arrivare nelle piazze di spaccio di Parme e di alte città del Nord Italia.

Sono 23 le persone finite in carcere, mentre 2 ai domiciliari. L'indagine della Dda testimonia, come elemento investigativo assoluto, l'indipendenza delle organizzazioni criminali di Salerno dal napoletano, con i rifornimenti di droga che arrivavano direttamente dal Sudamerica, oltre che dall'Albania e dall'Olanda. I carabinieri del comando provinciale hanno sequestrato - ai fini di confisca - due attività commerciali salernitane (di cui una pizzeria molto nota e della somma complessiva di 165 mila euro, prodotto dell’illecita attività degli indagati. I provvedimenti scaturiscono da una vasta ed articolata attività d’indagine avviata dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Salerno nel mese di ottobre 2017 con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di questo capoluogo. È stata condotta con metodi tradizionali, con il supporto di attività tecniche e mirati servizi di osservazione, controllo e pedinamento, ed è risultata particolarmente complessa poiché molti dei soggetti investigati, per condurre i loro traffici illeciti, sono ricorsi all’intestazione fittizia di schede telefoniche ed all’utilizzo di smartphone dotati di servizi di messaggistica blackberry e encrochat di difficile intercettazione, venendo comunque scoperti.

L’indagine ha permesso di ricostruire l’esistenza di un’associazione a delinquere, con ruoli e competenze ben definite, dotata di una notevole organizzazione gestionale, oltre che di rilevanti risorse finanziarie e svariati canali di  2 rifornimentodi stupefacente, principalmente del tipo cocaina, senza però tralasciare anche hashish, amnèsia e marijuana. Gli esiti complessivi delle investigazioni hanno consentito di accertare che il salernitano F.P. promotore, organizzatore e finanziatore del sodalizio, aveva nel tempo assunto una posizione di assoluta primazia nell’ambito del traffico degli stupefacenti a Salerno sia in termini di introiti che di bacino di utenza, grazie ad una stabile collaborazione con la criminalità napoletana ed attraverso una ramificata rete di distribuzione - costituita da veri e propri sottogruppi - in ambito provinciale (Acerno, Olevano sul Tusciano).

L’approvvigionamento avveniva per il tramite di diversi, qualificati canali, tracciati sia in territorio continentale (Albania e Olanda), sia oltre oceano (Panama e Brasile), col precipuo fine di reperire lo stupefacente direttamente dai paesi di produzione, acquistandolo in ingenti quantità ad un prezzo più vantaggioso, grazie al progressivo incremento del volume di affari dell’organizzazione. Uno dei canali ulteriori era stato creato anche con 4 albanesi, che risiedevano in Irpina, nel comune di Montella. Tre di questi sono finiti in carcere, mentre uno è ancora latitante. "E' la dimostrazione - ha spiegato il procuratore Giuseppe Borrelli - che i gruppi salernitani, che sperano di gestire e controllare le piazze di spaccio a Salerno, volessero diventare indipendenti dall'area napoletana, nel rifornimento di droga"

Il canale con il gruppo di Panama

Il nome dell’operazione “El Fakir” è stato tratto proprio dalle indagini su quest’ultimo canale di rifornimento. Nel seguire i movimenti di R.L., broker internazionale di origine napoletana in contatto con diversi cartelli della droga, era emerso il progetto di inviare una spedizione di cocaina nascosta all’interno di container provenienti da Panama; inizialmente era stato proposto addirittura il porto di Salerno quale destinazione finale, salvo poi virare su Algeciras in Spagna, non avendo le società intermediarie incaricate del trasporto rapporti commerciali diretti con l’Italia. Il referente panamense dell’operazione era G E.l.C.A. alias "El Fakir" (il fachiro), allora latitante e ritenuto dalle autorità internazionali “altamente pericoloso”, nonché leader del gruppo paramilitare “frente 57” delle FARC, operante in molteplici attività criminali al confine tra Panama e Colombia.

La spedizione non si concretizzava solo in ragione dell’arresto di El Fakir, avvenuto in Messico 13 gennaio 2018, a seguito di in una “red notice” (elenco di latitanti destinatari di provvedimenti di cattura internazionali) emessa dall'Interpol, su richiesta delle autorità panamensi ed in coordinamento con quelle messicane. Per via della riconosciuta pericolosità dell'uomo, il suo rientro a Panama è avvenuto sotto la supervisione di un consistente dispositivo di sicurezza schierato presso l’Aeroporto Internazionale di Tocumen. Egli, infatti, oltre ad essere un narcotrafficante, era ricercato anche per omicidio e per reati vari commessi con esponenti legati alla criminalità organizzata. 

In seguito a tale imprevisto, R.L. aveva individuato un’ulteriore rotta, questa volta dal Brasile, accordandosi per nascondere lo stupefacente in container di caffè destinati ad un’azienda operante nel settore della torrefazione con sede in Campania. Anche in questo caso il progetto non si realizzava solo per via del suo arresto, avvenuto a Napoli a maggio dello stesso anno. Le attività del sodalizio subivano comunque solo semplici rallentamenti, grazie al fatto che il canale di approvvigionamento con Olanda e Albania non aveva mai smesso di rifornire le rigogliose piazze. La mentalità imprenditoriale dei sodali, in particolare di F.P., non si è fermata alla gestione degli illeciti proventi provenienti dai fiumi di droga trafficati e spacciati.

Le indagini, anche bancarie, hanno appurato come detti proventi siano stati reinvestiti in attività economiche e commerciali, dopo la ripulitura del denaro mediante il passaggio su conti correnti di persone compiacenti, nell’evidente scopo - vanificato dai meticolosi accertamenti - di occultarne e renderne impossibile l’identificazione. Inoltre, la creazione di una nuova società mediante l’utilizzo di intestatari fittizi ha permesso agli indagati di realizzare il citato ristorante - pizzeria a Salerno, accedendo al finanziamento pubblico “Progetto Invitalia - Resto al Sud”, ricavandone tra i diversi vantaggi patrimoniali anche una parte a fondo perduto quantificata in 70 mila euro.  

Da qui le connesse ipotesi delittuose di riciclaggio, auto riciclaggio, intestazione fittizia di beni e truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Nel corso dell’attività d’indagine, sono state già arrestate 8 persone in flagranza di reato, sequestrati 25 chili di stupefacente, orologi di pregio per un valore di 75 mila euro ed oltre 160 mila euro in denaro contante. La stima del fatturato complessivo dell’impresa criminale è di oltre 20 milioni di euro annui esentasse, cui vanno aggiunti quelli delle fiorenti attività commerciali costituite per ripulire il danaro. L’imponente operazione portata a termine ha messo in luce lo spessore criminale di Parotti e dei suoi gregari, in un settore, quello della droga, che non risente di crisi alcuna ed ha dimostrato le consolidate competenze manageriali dell’illecito sodalizio, capace di estendere le sue maglie dai Balcani ai Paesi Bassi, sino ai famigerati cartelli sudamericani.

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