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Comuni, lettera di Luigi Lucchi al presidente della Repubblica: "Lottiamo insieme contro corruzione e sprechi"

Luigi Lucchi, sindaco di Berceto invia una lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed invita tutti i sindaci dei Comuni italiani a sottoscriverla

Luigi Lucchi, sindaco di Berceto invia una lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed invita tutti i sindaci dei Comuni italiani a sottoscriverla. "Non vogliamo limitarci -scrive il sindaco di Berceto- alla lamentazione che ora, in questi anni, d’assalto, messa a ferro e fuoco dei nostri bilanci, sarebbe un motivato grido di rabbia e dolore". 

LA LETTERA DI LUIGI LUCCHI - Signor Presidente,noi tutti, 8.047 sindaci dei Comuni italiani, siamo indotti a fare alcune riflessioni, che vogliamo condividere con Lei, consapevoli dell’importanza di ricreare un rapporto proficuo e di fiducia con i cittadini, il Popolo Italiano, il Popolo Sovrano. Siamo consapevoli, inoltre, dell’importanza della politica, la bella politica. In Democrazia la politica deve riguadagnare il primato, far sapere che i problemi hanno una soluzione, indicare e coinvolgere, tutti, per un obbiettivo comune. La miriade di Comuni, anche quelli piccoli, rappresentano, a nostro avviso, una proficua rete di partecipazione, di coinvolgimento, di vicinanza con tutti i cittadini. E’ preziosa, insomma, la sola sua esistenza. Se nasce e si rafforza, poi, la consapevolezza della specificità del nostro Paese in ambito produttivo, culturale, storico e paesaggistico si arriverebbe al punto che se non ci fossero tanti Comuni andrebbero creati. Ci sono e con l’aiuto di tutti vanno posti nelle condizioni di operare al meglio e dare un proficuo contributo per la rinascita morale, sociale ed economica dell’Italia. Come Sindaci siamo disponibili e al servizio delle Istituzioni, dello Stato e del Popolo Sovrano. Non vogliamo limitarci alla lamentazione che ora, in questi anni, d’assalto, messa a ferro e fuoco dei nostri bilanci, sarebbe un motivato grido di rabbia e dolore. Rispettando il giuramento alla Costituzione, che ognuno di noi ha fatto, con solennità, in occasione del primo Consiglio Comunale d’insediamento, dovremmo capeggiare, addirittura, una rivolta alla testa dei nostri concittadini per tutelare i loro diritti, le loro aspirazioni, il loro benessere e futuro. Confidiamo, invece, nelle Istituzioni, nel Suo Magistero, nella lotta non violenta, nelle riforme, nel mitigare, sempre di piu’, le ingiustizie. Chiediamo un incontro al Quirinale come gesto, segnale, che l’Italia cambia verso. Una giornata in cui tutti i Sindaci d’Italia si ritrovano con il loro Presidente, si riappacificano con le Istituzioni e assumono il ruolo di compartecipi, entusiasti, della rinascita, doverosa, dell’Italia e di esaltazione, nella pratica quotidiana, della Democrazia. Dobbiamo, insieme, signor Presidente, fare una lotta agli sprechi. E’ un delitto bruciare in malo modo le risorse dei cittadini, le loro tasse, imposte, e vanificare i loro sacrifici che in questi anni hanno morso e mordono la loro carne viva. Molte ricchezze, del popolo, vengono bruciate dall’ingordigia, dalla corruzione, dall’egoismo. Altre, in misura consistente, invece, sono distrutte dalla burocrazia ottusa e da scelte irrazionali. La maggior parte dei Comuni Italiani, signor Presidente, vive unicamente grazie alle tasse e imposte comunali dei propri concittadini. Se esistesse questa consapevolezza, suffragata, tra l’altro, da inequivocabili dai dati di fatto, probabilmente lo Stato non si accanirebbe con l’enunciare la semplificazione che nei fatti, invece, diventa una burocrazia sciocca e inefficace sempre piu’ incrementata. Si può valutare, infatti, che lo Stato, in molti Comuni, senza pagare “dazio”, occupa il personale, pagato dai cittadini dei Comuni, attraverso, unicamente, a tasse e imposte comunali, per fargli svolgere proprie mansioni che arrivano, addirittura, il piu’ delle volte, a “seviziare” i cittadini stessi valutando, come sono, queste pratiche, prevalentemente inutili. Un tempo d’utilizzo abnorme, di tutto il personale comunale, che può essere quantificato in circa l’80% del tempo a disposizione. Tempo sottratto ai servizi dei cittadini e per nulla utile al bene comune del Paese. La forza riconosciuta dell’Italia, forza da preservare e rafforzare e certamente non da limitare, è quella di avere, in ogni canto, delle peculiarità, specificità, eccellenze culturali e paesaggistiche oltre che produttive. La diffusione dei Comuni è una rete preziosa per salvaguardare queste specificità, darle valore aggiunto, creare ricchezza Nazionale. Non saremo mai un Paese dalle grandi produzioni agricole uniformate, dalle grandi produzioni industriali, dal basso costo di una mano d’opera generica, non qualificata. In Europa e nel mondo serve, a nostro avviso, un Paese come l’Italia, che può esaltare il bello, la genuinità, la cultura, il paesaggio. Dobbiamo, insomma, svolgere un ruolo che ogni Paese è disponibile riconoscerci e che nella storia ci hanno sempre riconosciuto. Se prendiamo atto di questo ruolo, signor Presidente, cambieremmo verso al piglio con cui, dalle riforme Calderoli in avanti, con una continuità d’intenti che ha superato ogni steccato ideologico e di parte, sono stati trattati i Comuni Italiani, soprattutto quelli piccoli, i piu’ preziosi, i piu’ utili per interpretare questo ruolo che il mondo ci assegna, ci richiede. Probabilmente non è risaputo ma dal 2012 molti Comuni sono tartassati, grazie a parole improprie come: federalismo fiscale, fondo di perequazione solidale, nei loro bilanci con il “furto” da parte dei Governi, dello Stato, d’ingenti risorse che arrivano ai Comuni da tasse e imposte comunali. Contemporaneamente, con “riforme” che lasciano perplessi rispetto alla loro costituzionalità, s’è ridotta drasticamente l’autonomia dei Comuni obbligandoli a dar vita a carrozzoni pubblici per i servizi, per svolgere le loro funzioni, il loro “mandato”, che è obbligo costituzionale. S’è giunti, addirittura all’obbligo delle Unioni dei Comuni dove il corpo elettorale non può scegliere, non può votare, chi ha il comando dell’Amministrazione. E’ possibile, a nostro avviso, volendo, se richiesto, essere parte attiva nelle riforme, diversificare i compiti dell’Amministrazione, del Sindaco, a seconda delle dimensioni del Comune. E’ possibile lasciare autonomie differenziate ai diversi Comuni. Ci sono riforme importanti e utili che imposte ai piccoli Comuni diventano ridicole e inutili, in molti casi dannose per le comunità e il debole tessuto produttivo di piccoli Comuni. Ad esempio la centrale unica d’acquisti, la centrale unica di committenza e d’appalto. E’ doveroso tracciare una linea di demarcazione, molto evidente ai cittadini, tra imposte statali e imposte comunali. L’IVA, ad esempio, per i Comuni non può essere un costo. E’ un balzello ignobile, vissuto come vessazione, ad esempio, quando si debbono ritornare allo Stato consistenti percentuali (il 22%) del finanziamento ottenuto per far fronte ai danni di un’alluvione. Lo Stato e il Governo non possono usare i Sindaci come gabellieri. Non possono tartassare i Comuni per non affrontare, con decenza, lo spreco Nazionale. Non possono considerare i Comuni come un peso da sopportare ma al contrario, proprio i Comuni, possono e debbono essere visti come vitale forza di cambiamento, come lievito per far rifiorire lo Stato, la Nazione, la bella politica. I Comuni possono e debbono far ritrovare ai cittadini, proprio per la loro capillarità e buona amministrazione, il senso civico. La lotta alla corruzione, demandata solo alle leggi, non crea le motivazioni per contrastarla, debellarla. Mancano i motivi per non cedere alla corruzione. Sono i motivi che vanno diffusi, portati con l’esempio, la passione, di tanti Sindaci impegnati, su basi volontarie, per i propri concittadini. Anche la lotta alla corruzione passa attraverso i tanti Comuni, i tanti amministratori locali che rappresentano l’unica speranza per far rinascere l’Italia e inserirci con autorevolezza, dignità, in Europa. Lei signor Presidente, a conoscenza della realtà, può essere sgomento davanti al tanto lavoro. Noi Sindaci, noi 8.047, Sindaci d’Italia, non vogliamo lasciarLa solo e ci dichiariamo disponibili. Troviamo insieme il modo per poter operare concretamente, per non vanificare il nostro valore, il nostro impegno, il nostro amore per l’Italia. Distruggere la rete di Comuni, signor Presidente, a nostro avviso, vuol significare non avere piu’, nel vicino futuro, un punto d’appoggio per il rinnovamento della politica, della buona amministrazione. Vuol dire cadere nel baratro e sconfiggere, definitivamente, la Democrazia come sistema di progresso sociale ed economico di un Popolo. Sarebbe un errore imperdonabile. Prima di “gettare” queste tante lettere come inutili, insignificanti, signor Presidente, la invitiamo a riflettere sul futuro che l’Italia potrebbe avere e che il Popolo Italiano merita. Grazie dell’attenzione. Il Sindaco"

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