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Confisca dei beni e sorveglianza speciale ad un imprenditore: è la prima applicazione a Parma

La Guardia di Finanza di Parma, a seguito di articolate indagini economico-finanziarie protratte per circa un anno e coordinate dalla Procura della Repubblica di Parma, ha proceduto alla confisca di quote societarie e rapporti bancari intestati ad un imprenditore di Sorbolo operante nel settore del commercio di materiale informatico, con numerosi precedenti penali per reati fiscali.

La Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Parma, accogliendo le richieste formulate dagli inquirenti, ha anche disposto la misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per due anni dell’imprenditore oltre al sequestro ed alla contestuale confisca dell’intero capitale sociale di due imprese e di un conto corrente bancario riconducibili all’imprenditore ritenuto dai giudici “socialmente pericoloso”.

In primo luogo, quindi, è stata accertata la c.d. “pericolosità sociale” alla luce della reiterazione, nel tempo, di numerosi reati fiscali: questo è il requisito soggettivo per essere sottoposti alla normativa delle misure di prevenzione a carattere personale.

Per aggredire anche i beni personali dell’incallito evasore fiscale, è stato necessario, inoltre, acclarare la sproporzione tra il tenore di vita tenuto dall’imprenditore stesso e i redditi effettivamente dichiarati.

Sulla scorta degli innumerevoli riscontri ed accertamenti raccolti ed avendo rilevato la sussistenza di entrambi i presupposti previsti dalla legge, il Tribunale di Parma ha deciso di adottare la stringente misura della sorveglianza speciale congiuntamente ai provvedimenti di sequestro e confisca che, la normativa di prevenzione antimafia, allarga a tutti i beni del nucleo familiare, ricomprendendo, quindi, anche il coniuge, i figli ed i conviventi, oltre che alle persone giuridiche, alle società, ai consorzi o associazioni del cui patrimonio il soggetto pericolo possa disporre anche solo indirettamente.

Le misure di prevenzione contemplate dal D.Lgs. 159/2011 (“Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione”), sono state adottate dal legislatore per prevenire la commissione di reati da parte di categorie di soggetti ritenuti “socialmente pericolosi” nonché per essere applicate sulla base di un quadro indiziario di pericolosità. In sostanza, il “Codice delle leggi Antimafia” si prefigge di neutralizzare la situazione di pericolosità sociale di un soggetto attraverso l’applicazione di misure che, da un lato, incidono sulla potenziale capacità di delinquere, dall’altro, lo privano dei beni e delle ricchezze utilizzate o comunque ottenute attraverso un’attività delittuosa e che potrebbero essere utilizzate come strumento per commettere ulteriori delitti, ovvero, per alterare indebitamente il circuito economico.
La pericolosità sociale costituisce la risultante di una condotta abitudinaria tale da fare ritenere che il soggetto sia pericoloso socialmente e, come tale sia assoggettabile a forme di controllo dirette a prevenire la commissione di ulteriori delitti sia aggredibile sul versante patrimoniale, con riferimento ai beni illecitamente acquisiti nella manifestazione della pericolosità. In tal senso, quindi, anche le condotte di sistematica evasione fiscale sono riconducibili nell’ambito della c.d. «pericolosità sociale» che consente l’applicazione delle misure di prevenzione personali e patrimoniali, in quanto il soggetto vive di traffici delittuosi ovvero col provento di attività delittuose consistenti in redditi da evasione fiscale, pur se connessi ad una attività economica astrattamente lecita.

In particolare, le complesse indagini svolte dal Nucleo di Polizia Tributaria hanno, dapprima, dimostrato che l’imprenditore rivestiva un profilo soggettivo connotato da pericolosità, in quanto abitualmente dedito alla realizzazione di traffici delittuosi.

Infatti, dagli accertamenti è emerso che per diversi anni l’imprenditore, avvalendosi della schermatura di plurime realtà societarie operanti nel settore informatico e solo apparentemente riconducibili ad altri soggetti, è stato più volte coinvolto in inchieste per la realizzazione di vaste frodi fiscali a carattere transnazionale.

Si tratta di numerosi procedimenti penali instaurati anche nelle Procure di altre città (da ultimo, Vicenza e Milano).

Nell’ottica del disposto normativo, ben può ricondursi nel concetto di “soggetto socialmente pericoloso”, la figura dell’imprenditore di Sorbolo, evasore fiscale, i cui comportamenti, reiterati nel tempo, sulla base di elementi di fatto (qual è l’accertata commissione di reati tributari), gli consentano di tenere uno stile di vita alimentato, anche in parte, da proventi di attività delittuose di natura fiscale (dichiarazione fraudolenta, dichiarazione infedele, omessa dichiarazione, emissione/annotazione di F.O.I., bancarotta fraudolenta, fallimento, ecc.). 

In un secondo momento, invece, le Fiamme Gialle di Parma sono state in grado di acclarare che l’imprenditore ed il suo nucleo familiare hanno costantemente tratto sostentamento dai proventi illeciti generati dall’attività criminale, che si è rivelata estremamente redditizia, soprattutto se si raffronta il tenore di vita tenuto da questi con le esigue fonti reddituali “ufficiali”.

A tal proposito, si pensi che, a fronte delle numerose cariche societarie ricoperte, l’imprenditore dichiarava solo sporadici e modesti redditi da lavoro dipendente o da trattamento pensionistico, assolutamente insufficienti a coprire le spese sostenute.

L’aggressione dei patrimoni illecitamente costituiti non si ferma all’instaurazione di processi nelle aule dei Tribunali, ma prosegue anche dopo le sentenze di condanna. Si tratta di una delle prioritarie azioni di contrasto messe in campo dalla Guardia di Finanza per togliere risorse a chi si arricchisce indebitamente a spese della società. Proprio come quest’ultimo “evasore fiscale seriale”.  

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