"Io fuori dall'incubo, da febbraio a combattere col virus: ho pensato di morire ma ce l'ho fatta"

La testimonianza di una parmigiana che ha sconfitto la malattia

Si chiama Vittoria e ha vinto. Ha vinto la sua personalissima battaglia contro il coronavirus. Una battaglia fisica, di nervi, contro un nemico con strategie tutte pronte a sfiancarti. Ti debilitano, ti spossano e ti fanno perdere – a tratti – la speranza. “Lo devo ai miei genitori se sono riuscita a superare questo bruttissimo momento – spiega la 32enne di San Secondo Parmense -. Ho pensato di morire più volte e anche se ho superato la malattia mi porto dietro segni fisici e soprattutto mentali. Ho crisi di panico, fatico a dormire. Voglio riprendere in mano la mia vita, ho una splendida famiglia, due bambine meravigliose e un bambino fantastico. Sono la mia forza, necessari per andare avanti”.

Vittoria adesso è a casa, l’incubo è alle spalle ma qualche brutto sogno ancora l’accompagna nella notte.

“Sono stata sei giorni in ospedale, sono stata la seconda paziente a Parma ad inaugurare il reparto di Malattie infettive. Quando sono arrivata mi hanno chiesto se avessi avuto contatti con qualcuno che fosse stato in Cina o a Codogno. Chiaramente dissi di no, girava già a Parma da un po’ questo maledetto virus”.

Quali sintomi ha avuto?

“Avevo la febbre alta da metà febbraio, pensavo fosse un’influenza tant’è che mi è passata con i soliti farmaci. Sono stata dieci giorni senza febbre ma poi mi è tornata ancora. La seconda volta mi è durata parecchio. Avevo disturbi allo stomaco, poca tosse, pensavo sinceramente di avere tutt’altro. Il mio medico mi ha consigliato però di andare a fare delle indagini più approfondite. Non volevano neanche ricoverarmi, era la prima sera della tenda del triage, non era consigliato rimanere lì. Mi hanno ricoverata subito e mi hanno fatto un’ecografia addominale, la dottoressa ha capito che c’era qualche rumorino nei bronchi, allora mi hanno fatto una tac e dopo il tampone sono risultata positiva”.

Quanti giorni è rimasta in ospedale?

“Sei giorni. Sono stata tra i primi, non regnava forse il caos che c’è adesso ma l’incertezza e quel senso di paura verso una novità li ho recepiti. Forse erano anche più alti rispetto ad oggi, eravamo quasi all’inizio dell’epidemia. Ho recepito molta ansia e insicurezza, ma i medici mi hanno sempre tranquillizzato. In particolare il dottor Lucchini che ringrazio: è stata l’unica persona che mi ha dato parole di conforto. Solo grazie a lui ho avuto un barlume di speranza, vedevo infermieri piangere, collassare, urlare. Non sapevo che cosa mi sarebbe successo”.

Che tipo di farmaci hanno usato?

“Avevo un respiro non tanto compromesso, sentivo mal di stomaco e i medici hanno provato con i farmaci antivirali. Ero molto preoccupata. Avevo qualche linea di febbre ma l’aspetto psicologico era devastato”.

Cosa si porta dietro di questa brutta esperienza?

“E’ vero, adesso sono negativa al doppio tampone, sono guarita, ma non sto bene: sono molto debilitata e soffro di attacchi di panico. Ho pensato di non poter più vedere le mie bambine, mio marito. Quando sono uscita dall’ospedale sono stata altri quindici giorni a casa dei miei. Mi hanno dato loro la forza per rialzarmi, ho cominciato ad avere gli effetti collaterali dei farmaci. Ho pensato di morire. A livello psicologico la vicenda ha lasciato segni molto pesanti. Un’esperienza del genere a 32 anni è una mazzata. Ti immagini che la vita sia tutta in discesa, ma questa malattia mi ha fatto capire che non è così e mi ha fatto apprezzare tante cose”.

Tipo?

“Ci sono delle priorità nella vita. Prima pensavo fossero il lavoro, i rapporti personali, le amicizie. Adesso non mi frega niente di nessuno. L’amore per la famiglia e la salute sono al primo posto. Per me è stata una lezione a livello personale”.

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