"Siamo allo stremo, la forza ce la danno i pazienti"

La toccante testimonianza di un medico in trincea nella nostra città: "Il virus ci ha segnato anche nell'animo. Ogni giorno storie al limite, come quella volta che un paziente mi chiese di filmare in un video le sue ultime parole per i familiari"

Antonio Nouvenne è un dirigente medico, il suo campo è quello della Medicina Interna, agisce solitamente nel reparto di Lungo degenza dell’ospedale: da qualche giorno però la sua competenza medica è preziosa per fare fronte all’emergenza dettata dal coronavirus. Quando si è palesata è sceso in trincea per continuare a fare con più insistenza ed efficacia quello che ha fatto da sempre. Salvare vite è il suo mestiere, non vuole essere chiamato eroe, da medico sente l’esigenza di mettersi al servizio degli altri, è sempre stato così per chi come lui combatte su questo fronte. 

Nouvenne, ci fa un quadro della situazione?

“La situazione è sicuramente pesante, in particolare dal punto di vista personale. C’è una fatica fisica non indifferente, uno sforzo al quale si unisce la difficoltà psichica che ti impone di mantenerti aggiornato minuto per minuto sul corso di questa nuova malattia. L’aspetto psicologico è difficile, molto spesso ci scontriamo contro il senso di impotenza. Andiamo avanti per i pazienti”. 

Come è cambiato il suo lavoro?

“Voglio dire che subito che il nostro ospedale si è attivato in tempo per fronteggiare l’emergenza. Oggi i medici hanno il dovere di capire e leggere sempre i dati dei pazienti e gli andamenti della malattia. La forza adesso ce la danno i giovani che escono dalle scuole di specializzazione e che dedicano anima, cervello e cuore al contrasto dell’emergenza, buttando via l’orologio. Questo è commovente. C’è entusiasmo e trascinamento e la nostra benzina è un po’ questa”.

E il vostro rapporto con i pazienti?

“Adesso abbiamo un rapporto diverso non solo con i pazienti, ma anche con i familiari di chi è ricoverato qui da noi. Siamo tutti preoccupati per la stessa cosa e devo dire che sono molto calati i fenomeni presenti negli scorsi mesi, quelli di aggressività e sfiducia nei nostri confronti. Questo crea la possibilità di avere un’alleanza terapeutica molto più spiccata. Il primo pensiero dei familiari è quello di dire grazie ai medici, anche quando comunichiamo che c’è un decesso”.

Quando usciremo da questa situazione?

“Diciamo che cominciamo a vedere un po’ di luce. Dopo la fase di vera emergenza la comunità scientifica ci ha messo davvero la testa. Alcuni trattamenti che stiamo utilizzando sono efficaci, dobbiamo capire però quale è il momento più adatto per avere un risultato migliore. Io personalmente sono più ottimista rispetto a prima. Adesso lo sforzo maggiore è quello di riuscire a modulare le nostre forze, personalizzare i nostri trattamenti sul singolo paziente. Oltre al fatto che l’effetto delle misure di contenimento comincia a vedersi. Ci aspettiamo la definitiva discesa”.

Cosa l’ha spinta a tornare in corsia?

“Noi l’abbiamo fatto in maniera istituzionale. Il mio reparto di Medicina interna e lungodegenza critica è stato sempre a servizio del Pronto Soccorso. Siamo un equipe multidisciplinare da sempre ed è stato naturale convertire il reparto normale in reparto covid-19. La capacità che abbiamo maturato nel tempo nel trattare i malati ha avuto un effetto benefico nella nostra conversione. Diciamo che era nelle nostre corde”.

Qual è la storia che racconterà ai suoi nipoti?

“Ce ne sono tante, scelgo questa. La volontà di un paziente che ha desiderato consegnare ai suoi familiari una sorta di testamento spirituale. Ha chiesto che lo filmassi e che mandassi un video dove ha salutato le sue persone, ha fatto una dichiarazione d’amore meravigliosa alla moglie e ha chiesto di poter essere sepolto in montagna, in un cimitero vicino ai suoi genitori, per ricostituire la casa di famiglia che lui amava molto. Lui era stabile, ma sentiva che non ce l’avrebbe fatta. Mi ha segnato molto questa cosa: è stato un gesto bello nei confronti della famiglia e nei miei confronti. Mi ha affidato il suo messaggio e la sua commozione, senza avere la certezza che il messaggio sarebbe arrivato ai suoi cari”.

Come vive il paziente in questa situazione? 

“Il paziente vive una situazione di paura e disagio in quanto è isolato in un letto con della gente che non vede neanche. L’attività è convulsa, non ha un momento dedicato solo a se come auto percezione, ha dei sintomi impegnativi, il casco fa rumore, la situazione è di disagio. Abbiamo attivato degli sportelli dedicati ai pazienti che hanno bisogno della parola. Il rumore dei ventilatori è importante, il paziente sente male perché ha tutte le macchine attaccate. La sensazione peggiore per il malato è proprio quella di isolamento”. 

Quando finirà questa situazione?

“Dipende molto da come noi ci comportiamo. Quello che è successo in Cina dove in due mesi si è normalizzata la situazione deve essere un insegnamento per noi. E’ evidente che i tempi siano questi, perché la popolazione può sviluppare gli anticorpi e si possa tornare a una vita normale”.

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“Non bisogna impostare i trattamenti come se fosse la ricerca del Sacro Graal. Abbiamo farmaci molto efficaci ma se somministrati al malato giusto. Il nostro lavoro ora è capire se il trattamento è appropriato in quel momento. A seconda del malato che abbiamo dobbiamo pensare alla cura. Non c’è ancora un trattamento specifico”.

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