Rsa, 47 morti nei distretti di Parma e Fidenza, i Nas: "Indagini sui dispositivi di protezione”

Il comandante Di Sario: 'Una ventina le strutture controllate sul territorio a caccia delle irregolarità'

Vivono il loro dramma in solitudine, spesso se ne vanno senza salutare. Non fanno in tempo perché il coronavirus ha sulle loro anime tiepide l’effetto di ciclone. Lo sguardo fiero e spaventato, colmo di speranza, si scioglie spesso nelle lacrime versate. Che rigano il loto volto e gridano aiuto in silenzio. Incrociano i loro occhi negli occhi di chi li assiste, celati spesso dietro a una mascherina che li rende un po’ inarrivabili e un po’ portatori di sicurezza ai loro occhi. 

E’ il ritratto degli ultimi due mesi dei nostri nonni, ospiti delle Case protette, nelle quali operatori sanitari, infermieri e personale medico si prendono cura, non senza suscitare qualche polemica (vedi quello che succede nei reparti del Pio Albergo Trivulzio di Milano). A Parma la situazione non si presenta incrinata come a Milano, ma la Procura ha comunque disposto delle indagini affidate ai Carabinieri del Nucleo Antisofisticazione e Sanità, comunemente chiamati Nas. Nelle residenze sanitarie assistenziale di Parma, nelle sei di Asp Parma su 420 ospiti si contano 23 decessi dovuti al coronavirus, mentre nel distretto di Fidenza, su 234 ospiti c'è lo stesso numero: 24. Le operazioni sono scattate in tutta Italia, dove sono state controllate circa settecento strutture, sono coordinate dal nucleo centrale di Roma. Nel distretto di competenza del Maggiore Gianfranco Di Sario, che comprende le province di Parma, Reggio Emilia, Modena e Piacenza, sono state ispezionate venti strutture e da quello che emerge la situazione non pare essere così compromessa.

Maggiore, come prosegue l’attività?

“Ci tengo a precisare che si tratta di un’attività che stiamo svolgendo in ambito nazionale: tutti e 38 i nostri nuclei operativi sono impegnati nei controlli di queste strutture, entro le quali si possono nascondere delle criticità sconosciute all’esterno. In tutte le attività ispettive che facciamo ci avvaliamo della collaborazione dell’arma territoriale. In molte occasioni le abbiamo fatte insieme alle aziende Usl. Nell’ispezione analizziamo tutto: la condizione igienica delle strutture, lo stato delle infrastrutture che passa dal controllo delle mura alla verifica del loro stato. Controlliamo la presenza di muffa, le perdite d’acqua. Andiamo a controllare se i letti siano idonei,  se siano muniti di campanelli d’emergenza, oltre a tutti i dispositivi medici e alla loro igiene, ai farmaci presenti nelle strutture e a come essi vengono somministrati. Se sono inclusi in un ciclo terapeutico o meno perché – è noto, purtroppo - si può celare anche il farmaco di comodo non prescritto nei piani terapeutici. Analizziamo il numero e la formazione idonea degli operatori abbinati ai pazienti. Questi sono i controlli ordinari”.

E in questa fase di emergenza?

“Siamo partiti con i controlli straordinari: dalla verifica di dotazione e del corretto utilizzo dei dispositivi di protezione, mascherine, guanti, farmaci, camici destinati agli operatori e ospiti, alle procedure di sanificazione corrette dei locali e degli oggetti della struttura - materassi, letti e comodini -. Dalla verifica  del corretto isolamento di eventuali ospiti positivi Covid alla sanificazione di tutti gli ambienti. In questo periodo verifichiamo la tempestiva attivazione dei soccorsi e delle cure in caso di critiche condizioni di salute. Se ad esempio un ospite ha accusato i sintomi dobbiamo verificare dopo quanto tempo è stato attivato il soccorso, quando sono state somministrate le cure”.

Quante strutture avete ispezionato?

“Abbiamo ispezionato oltre venti strutture comprensive del distretto di nostra competenza che conta Parma, Modena, Piacenza e Reggio Emilia concentrandoci sulle casi residenze per anziani che ospitano persone non autosufficienti. Le ispezioni sono scattate su autorità giudiziaria e su segnalazione dei famigliari degli ospiti, o anche dagli ospiti stessi e ancora degli operatori sanitari: medici, infermieri che di solito assistono”.

Quali sono le criticità che avete riscontrato?

“Gli operatori avevano lamentato la mancanza di dispositivi di protezione, ma questo soprattutto nella fase iniziale. La sanità pubblica è intervenuta prima e dopo le disposizione regionali e nazionali. Questo è stato un po’ l’elemento comune di doglianza. Abbiamo però acquisito dei documenti dalle cartelle sanitarie degli ospiti e abbiamo fatto il punto sui titoli degli operatori. All’esito delle indagini tireremo le somme e stabiliremo quello che c’è da fare. Al netto dei provvedimenti urgenti che verranno presi immediatamente”.

Le famiglie che avvertivano i Nas cosa lamentavano?

“In prima battuta l’impossibilità di vedere i propri familiari. Molte strutture hanno inibito l’accesso e molte non erano attrezzate per un collegamento. Le segnalazioni maggiori hanno riguardato i decessi presso le strutture. Si è manifestato il dubbio sui servizi d’assistenza di prestazione”.

E gli ospiti che vi contattavano?

“C’è stato qualche ospite che voleva avvisarci dell’impossibilità di vedere i parenti. Qualcuno ha lamentato la compresenza di ospiti sintomatici nelle stanze, altri hanno espresso criticità per quanto riguarda il cibo, o il cambio degli effetti personali. Chiaramente non in tutte le strutture ci sono le criticità. Non ci sono casi di chiusure di struttura né a Parma né in provincia. Abbiamo riscontrato alcune criticità  e alcune sono in via di risoluzione, altri invece sono state risolte immediatamente, altre sono al vaglio di procure che hanno delegato l’incarico. Il primo periodo è stato il più difficile da gestire”.

Purtroppo gli anziani in genere e gli ospiti delle case protette sono i più esposti.

“In queste strutture si percepisce la fragilità delle persone, sia di quelle malate che di quelle sane che hanno il timore di essere contagiate. C’è da evidenziare anche l’affetto degli operatori che spesso si sono sostituiti ai familiari e hanno cercato di sopperire alla mancanza di contatto. Quando entriamo nelle strutture percepiamo la preoccupazione degli ospiti: entriamo con i dispositivi di protezione,  sotto la tuta stagna e gli occhiali però c’è la volontà di portare loro un messaggio di conforto.  Siamo totalmente coperti, qualche ospite più lucido riesce a leggere la scritta Nas-carabinieri sui camici. Chiaramente avvertiamo il loro disagio iniziale, che poi scema perché capiscono che siamo li per loro. Per verificare le loro condizioni di salute. Non manchiamo mai di una parola di conforto a queste persone”.

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