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Ex Collegio degli Stimmatini concesso dal Comune: le storie delle famiglie che ci vivono

Le storie delle famiglie che dall'ex Cinema Lux e dal Sovescio di via Bixio si sono trasferite negli spazi dell'ex Collegio degli Stimmatini su concessione del Comune all'associazione Senza Frontiere

Sono quattro sinora le famiglie ospitate tra le mura dell'ex Stimmatini in piazzale San Giacomo, su concessione del Comune all'associazione Senza Frontiere. Famiglie che per oltre un anno hanno vissuto nei locali dell'ex Cinema Lux e che ora hanno una stanza propria dove vivere. L'edificio, recentemente ristrutturato e inutilizzato, ospita al piano terra il Laboratorio Famiglia e nei piani superiori è suddiviso in diverse stanze che a breve ospiteranno anche le famiglie del Sovescio di via Bixio. L'immobile di Piazzale San Giacomo è stato scelto dal Comune, come spiegato recentemente dall'assessore Rossi, perchè l'unico immediatamente utilizzabile e per far fronte alla situazione di emergenza abitativa che portava le famiglie a vivere in condizioni precarie in mancanza di sicurezza.

La prima famiglia che incontriamo è quella di una coppia di albanesi, lui 62 anni, lei 58. Vivono in Italia da oltre dieci anni e prima di trasferirsi in piazzale San Giacomo, circa due settimane fa, vivevano, assieme ad altre famiglie, negli spazi dell'ex Cinema Lux. "Ci siamo trasferiti li il 2 ottobre 2013. Non avevamo quasi niente, nè acqua nè gas, ma almeno potevamo contare su un tetto in cui dormire". La loro abitazione è uno stanzone con un letto, una cucina a gas e qualche scorta di cibo.

A pochi passi un'altra famiglia, entrambi albanesi, lui 50 anni, lei 52, condividono la stanza con i loro due figli, di 20 e 23 anni. "Vivo in Italia da vent'anni. Avevo un lavoro e mandavo i soldi a casa, solo otto anni fa la mia famiglia mi ha raggiunto qui a Parma. Vivevamo in affitto nel quartiere Montanara. Poi una volta perso il lavoro ci hanno mandato via di casa, non sapevamo dove andare fino a quando ci siamo trasferiti all'ex Cinema Lux. Per oltre un anno dovevamo lavarci riempiendo l'acqua dalla fontanella, ora qui stiamo meglio e siamo grati al sindaco e all'assessore Rossi per questo". 

Ora per vivere l'unica fonte di sostentamento arriva dal lavoro di uno dei loro figli, che ha un contratto a chiamata per una ditta di salsa di pomodoro di San Prospero. Il capofamiglia non è più riuscito a trovare un lavoro e la moglie è malata da anni e si è già sottoposta a cinque operazioni e non è in grado di lavorare. La loro stanza è ampia, si sono trasferiti da una decina di giorni e sono già riusciti ad arredare l'abitazione con un armadio, i letti, e qualche poster alle pareti, grazie anche alla generosità di un'abitante del quartiere che ha regalato loro qualche mobile.

Percorrendo il corridoio, l'abitazione di una coppia di albanesi sulla sessantina e della famiglia di una donna marocchina che si è trasferita in piazzale San Giacomo con i suoi due figli, una ragazza di 21 anni e un ragazzo di 23. Una storia difficile che racconta tradendo commozione. "E' da 15 anni che vivo qui, ho sempre lavorato, facevo la domestica per una famiglia di Parma e con i miei figli vivevamo in affitto in Borgo Cocconi da tre anni. Ho sempre pagato regolarmente l'affitto, ma poi nell'ultimo periodo la famiglia da cui lavoravo ha smesso di pagarmi e non sono più riuscita a pagare. Avevo sei mesi di affitto arretrato, ho chiesto aiuto all'Acer che ha cercato di trattare con la padrona di casa per pagare i mesi arretrati e poter tenere l'abitazione.

Non c'è stato niente da fare, voleva solo che ce ne andassimo dalla sua casa, ha approfittato della nostra assenza per cambiare la serratura e ci siamo ritrovati per strada con i soli vestiti che avevamo addosso. Tutte le nostre cose sono rimaste in quella casa, i vestiti, i pochi gioielli, ma soprattutto i documenti. Da quel momento non contavamo più niente, non sapevamo come fare, non avevamo una casa e non potevamo neanche trovare un lavoro. Avevamo davanti a noi solo porte sbarrate, nessun aiuto. Abbiamo passato mesi tra la denuncia per riavere le nostre cose al modo di riavere i nostri documenti. E' stato un incubo. Solo ora finalmente mia figlia è riuscita a fare il passaporto e ha trovato un lavoro. E' grazie a lei se riusciamo a comprarci da mangiare, per le sue sei ore al giorno in un ristorante come cameriera. Certo non bastano per mantenere una famiglia, ma è tutto quello su cui possiamo contare ora. Ciò che voglio è solo avere un tetto dove vivere serena con i miei figli, non chiedo altro e sono grata per questo alloggio. Qui stiamo bene, so che non è giusto occupare uno spazio che non è tuo, solo che noi non avevamo nessun altro modo per sopravvivere".

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