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Fatture false per 45 milioni di euro per abbattere il costo dei lavoratori: sequestrati 5 milioni di euro ad un consorzio

La Guardia di Finanza ha eseguito il provvedimento del Tribunale del Riesame ai danni di alcune società di Sorbolo, attive nel settore dell'impiantistica industriale e già coinvolte nell'inchiesta 'Daunia' di ottobre

False fatture per abbattere il carico fiscale e per offrire - sul mercato dell'impiantistica industriale - prezzi altamente competiti per quanto riguarda i lavoratori impiegati nelle azioni di manutenzione. La Guardia di Finanza di Parma ha eseguito il provvedimento di sequestro di quasi 5 milioni di euro - tra beni ed immobili - emesso dal Tribunale del Riesame di Parma nei confronti di un consorzio di società con sede a Sorbolo, già coinvolte nell'indagine denominata 'Daunia'. L'inchiesta dei finanzieri aveva portato, nel mese di ottobre dell'anno scorso, al sequestro di 5 milioni di euro nei confronti delle aziende dello stesso Consorzio, gestito da tre fratelli di origine foggiana. In particolare l'operazione - che ha visto l'impiego di decine di finanzieri - ha portato al sequestro di diversi immobili nelle province di Parma, Foggia e Roma. 

Secondo la ricostruzione dell'accusa infatti il Consorzio avrebbe gestito la forza lavoro necessaria ad eseguire, nel settore della manutenzione degli impianti industriali, le commesse ricevute da aziende di primaria rilevanza nazionale, che sono risultate estranee alla frode. Le indagini hanno permesso di accertare che l'associazione a delinquere era finalizzata "all'autoproduzione ed annotazione, nella contabilità delle società nelle quali erano assunti i lavoratori, di false fatture al fine di abbattere il carico fiscale e di offrire, sul mercato dell’impiantistica industriale, prezzi altamente concorrenziali".

Il sequestro è avvenuto su disposizione del Tribunale di Parma, che ha messo un’ordinanza a seguito di appello presentato della Procura della Repubblica. La richiesta di misure cautelari patrimoniali della Procura era stata soltanto parzialmente accolta dal  Gip del Tribunale di Parma con un provvedimento che, di fatto, aveva ridimensionato gran parte delle fattispecie rilevate durante le indagini.

Il Pubblico Ministero infatti, nell’istanza della misura cautelare patrimoniale aveva richiesto il sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p., finalizzato alla confisca per equivalente, su tutti i beni degli indagati, compresi quelli delle imprese ad essi riconducibili, per un ammontare complessivo pari ad oltre 16 milioni di euro, quale illecito risparmio fiscale ovvero profitto diretto conseguito dall’associazione attraverso la frode.

Il Gip, invece, nell'ordinanza di ottobre del 2019, aveva escluso l’aggredibilità del patrimonio  - beni immobili e disponibilità finanziarie - accogliendo la richiesta soltanto per un ammontare di circa 8 milioni di euro, escludendo dunque i beni del consorzio e quelli di alcune società consorziate, di recente costituzione, non ravvisando il fumus criminis a carico di queste ultime imprese.

Il Tribunale del Riesame di Parma, accogliendo invece totalmente la richiesta del Pubblico Ministero, ha esteso il sequestro finalizzato alla confisca anche al patrimonio delle società, confermando, pertanto, nella sua completa articolazione il quadro accusatorio delineato sul conto degli indagati, gravemente indiziati di aver continuato nella sistematica autoproduzione ed annotazione nella contabilità delle proprie società di ulteriori 45 milioni di euro di fatture per operazioni inesistenti.

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