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Carretta è pericoloso: il tribunale non revoca la libertà vigilata

L'uomo, che nel 1989 aveva sterminato la famiglia nell'abitazione di via Rimini e che aveva confessato solo nel 1998, ha trascorso gli ultimi dodici anni tra ospedale psichiatrico e comunità

Ferdinando Carretta non può dire addio a orari imposti e divieti da rispettare: il tribunale di Sorveglianza di Bologna ha detto no alla revoca della libertà vigilata, rigettando il ricorso della difesa. Lo riferisce la Gazzetta di Parma, ricordando che gli avvocati avevano fatto appello contro la decisione del magistrato che nell'ottobre 2011 aveva prorogato di due anni la pericolosità sociale di Carretta, nonostante in precedenza i giudici non si fossero mai spinti oltre l'anno di scadenza per una rivalutazione del suo caso.

Ma il collegio, presieduto da Francesco Maisto, così come peraltro richiesto dalla procura, ha confermato l'ordinanza dello scorso autunno. Sei anni e mezzo di ospedale psichiatrico giudiziario a Castiglione delle Stiviere (Mantova) e quasi sei di comunità a Forlì non sono bastati perché Carretta - assolto dall'accusa di aver ucciso nell'89 a colpi di pistola nella loro abitazione di Parma padre, madre e fratello, perché totalmente incapace di intendere e volere - possa cominciare a vivere senza vincoli.

L'uomo, all'epoca ventisettenne, riuscì per anni a tenere nascosta la strage familiare. Tutti pensavano che i Carretta se ne fossero andati ai Caraibi; solo nel novembre '98, nove anni dopo, fu rintracciato a Londra, dove lavorava come pony express, e poi confesso' davanti alle telecamere di 'Chi l'ha visto?' di aver sterminato la famiglia. Raccontò anche di aver trasportato i cadaveri in una discarica della periferia ma i corpi, nonostante le ricerche, non vennero mai trovati, così come la pistola usata per la strage. Di lui le cronache si erano occupate per l'ultima volta nel dicembre 2010, quando vendette la casa del massacro - un appartamento di circa 120 mq al primo piano di una palazzina in via Rimini 8 - per circa 200.000 euro.

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