Cronaca

Francesco Di Gregorio: l'architettura è un fatto collettivo

Il 35enne architetto parmigiano neoeletto presidente della associazione AMA dell'Accademia di Architettura della Svizzera Italiana

Il giovane architetto parmigiano Francesco Di Gregorio è stato eletto a Presidente di AMA, la nuova associazione che riunisce gli ex alunni dell’Accademia di architettura di Mendrisio, prestigiosa università Svizzera fondata da Mario Botta. Il professionista parmigiano, dopo il diploma artistico all’istituto cittadino P. Toschi, sposta la sua vita in Svizzera dove si laurea nel 2010 e poi a Stoccolma, dove frequenta il Royal Institute of Technology. Sceglie infine di vivere a metà tra l’appenino parmense e Parigi, guida con il padre lo studio Di Gregorio Associati a Parma e realizza progetti in Germania, Francia e Brasile. Dieci anni di lavori che trovano attenzione in pubblicazioni internazionali, inviti a esposizioni e di recente anche un premio, l’Iconic Innovative Architecture Award 2020 del German Design Council.

Parallelamente diventa consulente per importanti realtà industriali italiane, ma anche per Fondazioni filantropiche internazionali ed è produttore associato di Zid Films, casa cinematografica italo-francese. Che cosa rappresenta per lei il periodo di Mendrisio e che cosa vede oggi nell’AMA? Ero stato colpito dall’idea di una scuola fondata sulla pratica, in cui i docenti erano affermati professionisti che dedicavano il loro tempo a insegnare ai giovani, quasi come se la facoltà fosse una bottega. Poi ho capito che Mendrisio era anche un luogo al centro di un flusso costante di idee, più vicino a Londra e Parigi che all’Italia. Per me l’Accademia ha rappresentato l’apertura verso orizzonti più grandi della terra in cui sono nato. Ma siccome in questa terra ho forti radici in cui credo, ho visto in Mendrisio la possibilità di farle emergere proiettandole nel futuro.

Quale sarà il percorso di AMA sotto la sua presidenza? Sono stato eletto dall’Assemblea Costituente composta dalle istituzioni che l’hanno ispirata e ho definito un impianto giuridico che ne permetta l’autonomia e la crescita nel tempo. Le iniziative in corso sono multidisciplinari, in grado di contaminare l’architettura toccando l’economia, la medicina, il cinema e la tecnologia. Stiamo organizzando incontri con interlocutori internazionali e locali, anche a Parma, per creare interscambio culturale e opportunità per giovani professionisti. E progettiamo una grande mostra itinerante sul lavoro degli oltre 2200 alumni, per proiettare l’operato della scuola al di fuori di sé stessa. Si è occupato di progetti a una scala molto diversa. Dai grandi contenitori espositivi come la riqualificazione di BolognaFiere e il padiglione Federalimentare di Expo 2015, ai complessi sportivi come la Cittadella del Rugby di Parma e il parco pubblico su un terreno bonificato vicino all’Ilva di Taranto, alle trasformazioni di edifici residenziali rurali. In tutti si può rintracciare il tema della permeabilità dell’architettura e degli spazi di filtro. Penso che siano sempre i vuoti a dare qualità all’ambiente urbanizzato.

È proprio negli spazi interstiziali che l’architetto ha modo di costruire i luoghi di vita dell’uomo. Lavoro molto sulla 2/2 struttura modulare come rappresentazione fisica della rete in cui oggi tutti viviamo. In un mondo sempre più fuori controllo, con grandi contenitori pubblici collettivi generati prevalentemente da inesorabili logiche di mercato, agire sulla struttura intesa come espressione architettonica permette di lasciare al fruitore la libertà di appropriarsi delle funzioni e offre allo spazio antropizzato un ordine e un’impronta chiara e iconica. Come si pone nel dialogo architetto-committente al giorno d’oggi? L’architetto è solo, ma l’architettura è sempre un fatto collettivo. Noi non siamo degli art director, ma piuttosto dei registi, perché vediamo ogni spazio in sequenza e contemporaneamente ne abbiamo lo sguardo d’insieme. Il nostro mestiere vive di un imprescindibile confronto con il committente e con tutte le figure coinvolte nel progetto. Come architetti abbiamo il dovere di ascoltare, accompagnare e sintetizzare.

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