"In ospedale pazienti senza ossigeno nei polmoni e quasi in fin di vita"

Il racconto di un volontario del 118: “Così il Covid mi ha segnato“

“Il periodo Covid mi ha segnato particolarmente sopratutto dopo ad un servizio effettuato in piena emergenza”. Sofyane Bouinany ha 22 anni. Di solito la leggerezza del suo vissuto, il suo tempo meno pregno di pensieri che vadano di poco oltre allo studio e alla normale vita che un ragazzo qualunque della sua età si prepara a vivere, lo allontana da morse mentali esasperate. Di questi tempi non è così. Sofyane studia Medicina e chirurgia all’università di Alessandria, a Parma si è trovato in piena emergenza e non si è tirato certo indietro. È un volontario di Croce Rossa da circa 2 anni, svolge servizio su ambulanza, automedica e si occupa di formazione.

E forse mai avrebbe pensato di imbattersi in una situazione non solo più grande di lui, ma più grande di tutti.  “Verso le prime ore del mattino siamo stati attivati dalla Centrale Operativa per un servizio Covid nella periferia di Parma, accompagnati dalla Charlie 30 (l'automedica ndc).

Io e l’autista - l’ambulanza dedicata ai servizi Covid in piena emergenza di solito è formata solo da due persone - arriviamo qualche minuto prima dell'automedica. Mi vesto tuta, mascherina e tutto l’occorrente prima di entrare in casa accompagnato dal figlio del paziente con il bombolino dell’ossigeno, la barella e il saturimetro. Arrivato nella stanza attacco il saturimetro e noto subito il valore che i miei occhi un pò increduli leggono: una saturimetria dell'8%. “Ma come è possibile tutto ciò - ripetevo nella mia testa -. Non è possibile un valore del genere". Mentre il paziente  tutto sommato era sveglia, disorientato ma vigile. Nella mia testa davo la colpa allo strumento, che a volte può dare valori anomali. Prima di fare qualsiasi cosa, esco dal portone, c’era il medico che si stava vestendo. Mi avvicino e riferisco questi valori apparentemente assurdi ma la sua risposta mi ghiaccia. “Non ha sbagliato il saturimetro. Entra e iniziamo a dare ossigeno”. Allora rientro, metto l’ossigeno al paziente e mi preparo a caricarlo sulla barella subito dopo la visita del medico. 

Una volta caricato, ricordo benissimo che oltre al caldo che in quel momento avevo ed ai litri di sudore che il mio corpo stava producendo, mi sono ritrovato ad avere tutti gli occhiali appannati e come se avessi della nebbia davanti agli occhi facevo fatica a vedere davanti a me. 

Ma sono riuscito ad arrivare al portellone dell’ambulanza. Ho caricato il paziente e ho chiesto al mio autista di darmi un paio di occhiali nuovi cambiando al volo quelli appannati, sono salito nel vano sanitario e ci siamo diretti in fretta e furia in ospedale con un codice 3.

Scaricato il paziente, e dopo aver rimosso la tuta, mi sono sentito soddisfatto, sarei potuto crollare. Sono rimasto lucido, anche di fronte a una scena così. Ho pochissima esperienza, ho fatto molti servizi Covid, ma quando tutto sarà finito questo sarà il servizio al quale farò riferimento per riflettere sulla pandemia che stiamo vivendo. Resta indimenticabile per me l'affetto della città durante tutto il periodo dell'emergenza, ed anche ora. Sono moltissimi i ristoranti e i locali che quasi ogni giorno portavano in sede cibi di tutti i tipi e tutte le qualità, facendo sentire un pò tutti, anche in un momento molto difficile, un pò coccolati. Ne avevamo bisogno sinceramente”.

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