Inceneritore, Gcr critica Ciclosi. L'Idv: "Trovare soluzioni alternative"

In attesa della decisione sulla richiesta di sequestro Liana Barbati parla di "rilevanti problematiche" mentre l'associazione cita un documento di Enìa dove fa richiesta del permesso a costruire, poi rimasto lettera morta

Il cantiee dell'inceneritore il 5 settembre 2012

In attesa della decisione del Gup sulla richiesta di sequestro del cantiere di Ugozzolo da parte della Procura di Parma l'Associazione Gestione Corretta Rifiuti ritorna sulla questione inceneritore. Ripercorre le varie tappe della vicenda giudiziaria, cita un documento del 2009 in cui Enìa chiese il permesso a costruire, intenzione che poi non fu messa in atto e si chiede: "Perchè Ciclosi non si è appellato al Consiglio di Stato?".

La capogruppo dell'Italia dei Valori in Regione Liana Barbati invece afferma che “la realizzazione e la messa a regime del termovalorizzatore di Parma e degli impianti connessi pone rilevanti problematiche sotto i profili economico, agroalimentare, dell‘impatto ambientale e della salute dei cittadini”, anche in considerazione del possibile “aumento del valore delle polveri” conseguenti alle emissioni dell’impianto in fase di realizzazione per il quale la Procura di Parma ha recentemente richiesto il sequestro preventivo con l'ipotesi di abuso d'ufficio e abuso edilizio". Con questa risoluzione "si impegna la Giunta regionale ad attivarsi presso il Comune e la Provincia di Parma affinché le stesse amministrazioni locali interessate considerino soluzioni alternative al termovalorizzatore cogenerativo".

Il cantiere dell'inceneritore il 5 settembre 2012

LA NOTA DEL GCR

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"Il sequestro dell'inceneritore di Parma -si legge nella nota del Gcr- proposto al Gip dalla Procura di Parma, ha fatto tornare al centro dell'attenzione la vicenda del progetto dei Paip di Ugozzolo. L'ultima puntata della lunga querelle aveva visto uscire vittoriosa Iren, alla quale il Tar di Parma aveva dato ragione in merito all'abuso edilizio del cantiere, che aveva portato allo stop dei lavori nel luglio dell'anno scorso.

Il comune di Parma aveva infatti ravvisato l'assenza del permesso a costruire e di conseguenza il mancato pagamento degli oneri dovuti all'ente locale (circa 400 mila euro), pur trovando fra le carte prova delle necessità del titolo stesso, più volte sottolineata dalla stessa multiutility in diversi carteggi. Oggi proponiamo un documento di Enia del 17 giugno 2009, nel quale l'azienda mette nero su bianco la vicenda del permesso edilizio, manifestando l'intenzione di farne richiesta “prima” dell'avvio dei lavori del forno. Si legge a pagina 5: “Le opere in progetto si svolgono tutte su area di proprietà Enia, che è libera da vincoli e risulta disponibile per esecuzione dei lavori medesimi previa acquisizione del permesso di costruire che sarà richiesto prima dell'avvio dei lavori, al Comune di Parma ai sensi dell'art. 7, punto c) della L.R. n. 31 del 25.11.2002”.

La lettera è indirizzata anche alla Provincia, all'Arpa, all'Ausl, otre che al Comune di Parma. Sappiamo che quella intenzione rimase sulla carta (è proprio il caso di dirlo) e mai Iren si attenne ai suoi propositi, dimenticando di fare richiesta dell'apposito permesso. Ciò che stupisce oggi, dopo la quanto meno dubbia sentenza del Tar, è il fatto che nonostante Iren si ripromettesse di chiedere i danni al comune già nella fase di difesa davanti al tribunale, l'amministrazione comunale non si sia appellata al Consiglio di Stato, facendo scadere i termini per il ricorso.

Di fronte al rischio di danno per le casse comunali l'amministrazione avrebbe dovuto procedere d'ufficio all'appello a Roma, proprio per coprirsi le spalle di fronte alle bellicose intenzioni di Iren. Sulla poltrone di sindaco sedeva in quei mesi Mario Ciclosi, il commissario che sostituì nel ruolo di sindaco pro tempore Anna Maria Cancellieri, diventata nel frattempo ministro dell'Interno della Repubblica.

Oggi la grande domanda che ci poniamo è quali siano state le motivazioni di Ciclosi per decidere di lasciar trascorrere il tempo e rinunciare all'appello in Consiglio di Stato per poter difendere il Comune da lui diretto. Con quali giustificazioni il commissario abbandonò una doverosa azione negli interessi di Parma, di fronte al rischio (poi rivelatosi fondato) di una rivalsa di Iren nei confronti dell'amministrazione?

La multiutility ha proceduto, non appena la sentenza del Tar è passata in giudicato, a portare Parma in tribunale, chiedendo al Tar di costringere il comune a rifondere la modica cifra di 28 milioni a titolo di risarcimento per i danni derivati dallo stop al cantiere. Una gatta da pelare pesantissima per le casse vuote dell'ente locale. Un problema che in questo caso ha un nome e un cognome come origine. I cittadini avrebbero diritto di sapere come mai fu presa questa sciagurata decisione di non agire.

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