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Coronavirus, l'Italia aiuta Parma: in città medici da Sicilia e Sardegna

Paure, angosce e speranze: le storia dei sei professionisti in corsia

Ragusa, Massa, Grosseto e Sassari: punti sparsi nell’Italia che convergono in questo periodo verso Parma. Nell’emergenza che ha colpito duramente il Paese, gli spazi fisici si sono dilatati per via delle distanze di sicurezza che bisogna rispettare e il mondo si è fatto estremamente più piccolo perché condivide in maniera identica l’ansia, la paura e la speranza di tutti di poter uscire dall’incubo e tornare a galla per prendere una bella boccata d’ossigeno. Il coronavirus ha cambiato le vite di tutti, altre – tante – ne ha distrutte, ma altrettante ne ha restituite. E tante ne ha pure impreziosite. No eroi, solo professionisti: quelli giunti da Ragusa, Massa, Grosseto e Sassari: sono le città che hanno donato sei infermieri spinti dal senso del dovere, dall’amore per la professione di mettersi in prima linea. Sono atterrati nel pomeriggio di venerdì all’aeroporto di Bologna assieme ad altri 14 colleghi della Protezione Civile destinati agli ospedali dell’Emilia Romagna, impegnata nella lotta al nemico invisibile.

Danilo, Davide, Maria, Silvia, Christian, Daniela. Gente di sostanza. Professionisti, no eroi – dicevamo sopra – pronti a combattere in prima linea. “Mi ha spinto lo spirito di appartenenza e di solidarietà verso i miei colleghi che hanno bisogno in questo momento – dice Danilo da Ragusa -. A distanza non si ha tanto la consapevolezza di quello che succede, le immagini sono molto forti ma solo quando arrivi e parli con gente che vive la situazione si sente la paura e la pressione. Abbiamo tutti paura, bisogna saperla gestire. Io da dieci anni lavoro in Terapia intensiva e li ti insegnano come gestirla. Vengo da una famiglia di professionisti che lavora in sanità e sa bene qual è la missione: quella di aiutare le persone”.

Davide da Massa lavorava già in un reparto Covid: “So che i pazienti si trovano a gestire da soli, non ho paura, l’emergenza è molto più estesa e grande vista dal vivo, ma bisogna lottare. Nessuno mi ha trattenuto, c’era un po’ di preoccupazione a casa, ma è normale che sia così”.

A Maria da Sassari è successa più o meno la stessa cosa: come una specie di vocazione. “All’uscita del bando i miei familiari hanno capito subito che non mi sarei fermata di fronte a niente. Il bisogno di dare una mano per aiutare le persone colpite mi ha spinto qui e dato che la nostra area è più sottocontrollo mi sono sentita in dovere di aiutare chi è in difficoltà. E’ una situazione drammatica ed è chiaro che io abbia paura, ma bisogna lavorare anche con la paura, siamo dei professionisti e non ci possiamo tirare indietro”.

Silvia racconta che a casa sua a Grosseto erano terrorizzati:Questa è un’area particolarmente difficile, sono felice di portare il mio contributo. Mia madre non voleva che partissi, ma adesso i miei genitori sono contenti e orgogliosi, è bello anche questo”. Decisa, come Daniela: “Sono arrivata senza dubbi, fare l’infermiera è una scelta non un obbligo”. Scelta dettata dal senso di servizio. “C’era bisogno di professionalità – dice Christian -. Vengo da una rianimazione Covid, so cosa succede. La storia che mi porto da Firenze è quella di un paziente che quando è tornato a casa ci ha mandato una sua foto mentre mangiava un piatto di pasta asciutta. Una vittoria per noi”.

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