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Lunedì, 6 Dicembre 2021
Cronaca

"Spacciamo per bisogno: dateci da lavorare"

Viaggio tra i pusher di viale Vittoria e via dei Mille. La storia di Amed (nome di fantasia), fuggito dalla Nigeria e giunto in Libia: "L'Italia? L'ultima possibilità per noi"

C’è un gran freddo, Amed (nome di fantasia) è su una bicicletta e non parla benissimo italiano, ma si fa capire. Spunta da Via Zara, uno stradino che si butta poi sulla lunga Viale Vittoria, quella che precede l’arrivo nell’Oltretorrente e nella vituperata Via dei Mille, dall’altro lato. Questa è zona sua, lo capiamo da come si guarda intorno e da come la perlustra. O pensiamo che lo stia facendo, dato che lo sguardo vigile lo porta a valutare se ci sono rischi. Arriva per vendere droga: “Marijuana o fumo, quello che ti serve. Ma in tasca adesso non ho niente”. Gli abbiamo detto che dobbiamo andare a una festa e ci serve un po’ di sballo. “Più avanti potete anche trovare della cocaina …”. Ma gli facciamo capire che ci serve roba più leggera, giusto qualcosa per riempire la serata. Ovviamente non è tranquillo, continua a nascondersi nel suo cappuccio con una pelliccia spelacchiata che a mala pena copre la testa. La bicicletta è un po’ piccola per lui: “Mi hanno dato questa”.

I residenti ci hanno raccontato prima che spesso salgono sulle biciclette da donna perché sono più facili da ‘reperire’. Le domande lo insospettiscono, sembra non avere voglia di rispondere. Comprensibile. Decidiamo allora di dirgli la verità, di fermarsi un attimo a parlare con noi per raccontare la sua storia. “Io non voglio essere ripreso. Niente riprese”. Ci aiutano i ragazzi del comitato Oltretutto, Oltretorrente, che da mesi stanno combattendo contro i pusher e contro chi ‘imbratta’ il loro quartiere attraverso camminate, incontri solidali e pedalate, presidi h24 che allontanano – anche se momentaneamente – i venditori di morte da una zona quasi franca presidiata costantemente anche dalle forze dell’ordine con blitz e retate. Ma i pusher ci sono ancora, c’è pure Amed su una bicicletta: “Qua non c’è lavoro, dateci un lavoro e noi veniamo via dalla strada”. Sembra un appello disperato quello di Amed, che si giustifica quasi come se volesse dire che la colpa non è tutta sua o di chi li ha messi per strada: “C’è gente che chiede droga in continuazione. Loro vogliono droga, noi gliela vendiamo. Ai bambini? No, non vendiamo ai bambini”. Precisazione fondamentale per Amed. Che proprio quando era ancora un bambino ha dovuto evitare il peggio. Situazioni difficili, vite impossibili, stravolte da decisioni di altri che si impongono credendo di poter decidere il destino degli altri. Non solo quando si è bambini, purtroppo.

Vengo dalla Nigeria, la mia è una brutta storia. Ero fidanzato con una ragazza musulmana, dopo un rapporto è rimasta incinta ma suo papà non voleva tenesse il bambino e l’ha costretta ad abortire. Durante l’intervento per l’aborto lei è morta e suo padre mi ha cercato ovunque. Voleva ammazzarmi. Sono scappato, mi sono fatto mezza Africa in giro su un pullman. Dalla Nigeria, di notte, ho raggiunto il Ciad. Qui qualcuno mi ha raccolto e portato in Libia, dei trafficanti probabilmente. Dopo un viaggio infernale sono arrivato in nord Africa. In Libia ho lavorato in nero, facevo il manovale, poi sono stato arrestato e messo in carcere. il motivo? Non lo so. Eravamo tantissimi nelle celle, in Libia dietro le sbarre non si vive benissimo. Vi dico la verità: io neanche sapevo perché mi trovassi dentro, ma ci stavo, ero più al sicuro dentro che fuori. Cosa dovevo fare? Ci sono rimasto dentro fino a quando un militare, un giorno, è entrato in cella e ha cominciato a sparare sul soffitto. Noi eravamo terrorizzati, avevamo capito che sarebbe arrivato il nostro momento. Ma a un certo punto mi sono ritrovato su un barcone senza volerlo, una di quelle barche che trasporta clandestini. Per raggiungere l’Italia, che per noi è un po’ l’ultima spiaggia”.

Molti di loro – ci spiegano quelli del comitato Oltretutto, Oltretorrente – scappano da guerre e si trovano per strada quando qualcuno ce li mette. Per loro ovviamente è facile reperire guadagno da attività illecite e, nonostante il tentativo del comitato, i pusher (per lo più nigeriani), faticano ad allontanarsi dalle strade. La trafila per regolarizzarli è molto complessa. Collocarli in delle strutture che mirano a reintegrarli pure: senza la conoscenza della lingua italiana, senza poter richiedere il cambio di residenza perché molti sono sprovvisti di documenti, diventa impossibile allontanarli dalle strade. Dove vendono di tutto: eroina, cocaina e crack. Persino crack per tossici che – secondo fonti di polizia – hanno raggiunto l’ultimo stadio della tossicodipendenza.

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