"Io e mio figlio di sei mesi positivi: i brutti pensieri scacciati dal suo sguardo"

"Quando siamo tornati a casa - spiega Roberta, paziente guarita - abbiamo dormito insieme tutta la notte"

E’ dura in Ospedale. Lo è ancora di più se hai un figlio di sei mesi lontano da te. Roberta (nome di fantasia) è guarita, negativa al doppio tampone le resta il ricordo buio dei cinque giorni trascorsi in un letto del reparto di Malattie infettive dove è stata trasportata insieme al suo piccolo, positivo anche lui al coronavirus. Ha pensato spesso al peggio, ma la voglia di riabbracciare suo figlio è stata più forte dei brutti pensieri scacciati via con un abbraccio lungo una notte. “Sguardo nello sguardo – racconta Roberta – è stata un’emozione indescrivibile. Quando ci siamo riabbracciati non ci siamo più lasciati. Neanche per un attimo, tanto che abbiamo dormito insieme nel lettone con lui che prima di addormentarsi continuava a fissarmi come per dire: ‘Mamma, ma sei tu?’. Adesso stiamo bene, la nostra famiglia sta bene: mio marito – positivo anche lui – è rimasto a casa,  io sono andata in ospedale perché la febbre era alta e non scendeva”.

Cosa le lascia la malattia una volta vinta?
“Una senso di gioia. E’ antipatica come situazione, complicata da vivere soprattutto quando anche tuo figlio di sei mesi si ammala. Tutti a casa abbiamo contratto il virus,  per fortuna a livello respiratorio è andato tutto bene, non ci sono state complicazioni, ma rimanere lontani a quest’età e pensare che eravamo io in un reparto e mio figlio dall’altro mi ha fatto impazzire”. 

Come ve ne siete accorti?
“Siamo stati messi in quarantena prima ancora di sapere se fossimo positivi. Mio suocero aveva avuto contatti con una persona risultata poi positiva. Il tampone ha emesso il verdetto”. 

Come trascorreva il tempo in Ospedale?
“In Ospedale è stata brutta: nessuno può venire da te, entrano solo gli infermieri che ti controllano, ti somministrano le cure. Diciamo che non è bello rimanere li. Per fortuna non ero intubata e a livello respiratorio non avevo nulla. Solo febbre e tosse per sette giorni. Non vedevo l’ora di tornare a casa, senza mio figlio ero disperata”. 

C'era qualcuno con lei? 
“Dormivo, non avevo appetito e parlavo con la mia ‘compagna di stanza’, una mamma che ha un figlio di quindici anni: si parlava di lavoro, di vita. L’ora più bella è quando attraverso il cellulare vedevo mio figlio. Mi guardava ma non capiva. Era lì con mia madre, meno male che c’era lei”. 

Che insegnamento si può trarre da questa brutta storia?
“Mah, vorrei dire alla gente di rispettare le regole perché, fidatevi: è brutto aver a che fare con la malattia. Chi non ci è passato non lo capisce. La notte è più dura del giorno. Si spengono le luci e nella testa si arrovellano cento mila pensieri. Prevalgono i peggiori”. 

Scacciati – nel caso di Roberta – dalla forza di un abbraccio e dall’intensità di uno sguardo. Quello di suo figlio.

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