La storia di Sara, barista controcorrente: "Finché la morte sarà per strada non riapro"

"Dal 20 marzo faccio asporto, questo mi permette poco alla volta di pagare le spese e i debiti. Per fortuna i dipendenti sono in cassa integrazione. Vado avanti fino a quando posso"

"Per il momento non mi organizzo in vista di nessuna riapertura". Sara (nome di fantasia) ha un bar in un quartiere molto popolare di Parma. Da tempo il suo locale è considerato il punto di riferimento per la gente che ci abita intorno. Per dare più accoglienza e ospitare più clientela mettendosi a servizio di chi ama 'conversare' davanti a una buona bottiglia, come spesso dice lei, ha pensato anche di allargarsi e rimettersi a posto. Adesso la porta a vetri è chiusa, protetta dall'inferriata dalla quale si scorge un cartello con su scritto quello che più o meno si trova ovunque. Ma Sara, a differenza degli altri colleghi, non ha fretta di riaprire. Vorrebbe come tutti tornare a prendere in mano la propria vita, quella che il coronavirus ci ha sottratto ormai da mesi. Ma non si può. 

"Per il momento non mi sto organizzando - dice Sara a Parmatoday.it -, la morte è ancora per strada e fino a quando non scomparirà credo che queste serrande restino abbassate. Dal 20 marzo faccio asporto, questo mi permette poco alla volta di pagare le spese e i debiti. Per fortuna i dipendenti sono in cassa integrazione. Vado avanti fino a quando posso. Se non cambiano le cose, se non finisce il male io non me la sento. Non riapro".

L'emergenza sanitaria vive una fase differente rispetto alla prima ora. Il fattore economico sostenuto dal timore di non ripartire più, rischio concreto per molti, spinge associazioni e titolari di aziende ad accelerare. Sui blocchi di ripartenza però Sara non c'è. E il suo pensiero va un po' controcorrente: "Finché i nostri nonni, i nostri genitori e i nostri bambini non saranno al sicuro io non riapro. E la serranda del mio locale rimarrà abbassata. Questo è un posto che fa aggregazione, lavoriamo per la gente: se non vieni in compagnia, mi spieghi cosa vieni a fare? Mi considero un'imprenditrice, guardo me stessa e non penso a quello che possono o devono fare le istituzioni: non ho bisogno che mi cadano i soldi dal cielo. Non si può colpevolizzare nessuno, è stata una sorpresa. Per cui dico: rimbocchiamoci le maniche e troviamo nuovi sbocchi. L'importante è che qualcuno riesca a tirare fuori il meglio per uscire da questa crisi e se non si può amen. Adesso non è  il momento di dare la colpa a nessuno. Non serve".

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