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Mazzoni Salotti. L'azienda chiude: lavoratori in Cig, poi il licenziamento

L'azienda rimane ferma nella propria idea di chiudere, anche a seguito dell'incontro in Provincia. Secco no alla proposta di contratti di solidarietà per proseguire la produzione. Si profila cassa integrazione

Nessun passo indietro da parte dell'azienda Mazzoni Salotti neanche a seguito dell'apertura di un tavolo di crisi in Provincia per discurere della paventata decisione di chiusura dell'attività. Lo storico marchio presente da sessant'anni sul territorio con vendite sia nel resto d'Italia che all'estero, da lavoro a circa trenta persone che ora si trovano in uno stato di grande preoccupazione dopo la notizia di chiusura comunicata loro il 21 febbraio scorso. La proposta sindacale, come reso noto da Antonino Leone, Fillea Cgil, era quella di attivare contratti di solidarietà, che avrebbero dato respiro all'azienda con una riduzione dei costi e permesso ai lavoratori di proseguire con l'attività. La richiesta di un concordato liquidatorio porta con se lo scenario della cassa integrazione straordinaria e la chiusura, ipotesi che i lavoratori speravano di scongiurare.

Altro problema quello relativo alle tempistiche per ricevere un salario in vista del quadro che si profila per i lavoratori che attendono ancora di ricevere due mensilità. Per questo è in corso anche un accordo parallelo per presentare al Tribunale la richiesta di pagamento degli arretrati per i dipendenti, in modo da dare una copertura parziale in attesa dell'erogazione salariale.

 “Questa – spiega Antonino Leone, della Fillea provinciale - è l'ennesima azienda che chiude. Posti di lavoro che si perdono, un'industria che sparisce dopo oltre cinquant’anni anni dal nostro territorio, lavoratori che entrano in disoccupazione, e questa incertezza del futuro ormai cronica, che non lascia speranza”. “Certo – aggiunge Leone -, per quei 26 lavoratori abbiamo attivato la CIGS per cessazione, che durerà per un anno, ma la prospettiva finale è il licenziamento. Noi lo vediamo tutti i giorni: ci sono imprenditori che amano il loro lavoro, la loro azienda, e che le provano tutte prima di cedere. Forse in questa situazione sarebbe stato utile provare a resistere, e anziché guardare solo a numeri, puntare sulle persone, sul loro saper fare, sul loro senso di appartenenza all’azienda, per provare davvero ad uscire dalla crisi insieme, lottando fino in fondo con coraggio e dignità”.

"Un clima pesante con atteggiamento irremovibile da parte dei vertici dell'azienda quello vissuto nel corso del tavolo istituzionale - sottolinea Leone -. Ci sono imprenditori che lottano con le unghie per tenere in vita un'azienda in cui credono e altri che preferiscono percorrere la strada della chiusura. Attivare soluzioni come ammortizzatori sociali contratti di solidarietà avrebbe comportato un drastico abbattimento dei costi per l'azienda che avrebbe potuto continuare a produrre per qualche tempo con un po' più di respiro, per i lavoratori avrebbe significato una maggiore tutela". I lavoratori si dicono particolarmente preoccupati per la situazione in atto, si erano detti pronti, come reso noto anche attraverso una lettera inviata ai vertici, a fare ulterori sacrifici per scongiurare la chiusura invocando una presa di responsabilità unanime ma dall'azienda si è confermato il 'no' a ipotesi alternative alla chiusura.

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