Montagna, Rete Ambiente: "Si finanzia solo il taglio di legname"

Spopolamento, deforestazione, centrali a biomassa, allevamenti industriali. Giuliano Serioli sviscera i drammi quotidiani dell'Appennino parmense. A breve una class action contro amministrazioni e aziende causa di inquinamento

“Lo dicono i montanari, lo dicono i politici: la montagna sta morendo”. Con questo incipit Giuliano Serioli coordinatore di Rete Ambiente il movimento che unisce i diversi comitati di difesa del territorio affronta le spinose criticità dei borghi dell'Appennino. A partire dallo spopolamento. “Chi vive in montagna – afferma Serioli - fatica a sopravvivere. Sono poche le attività che resistono. È la disoccupazione a farla da padrone nei centri montani e i giovani scappano dai paesi. Le piccole attività sono state spazzate via dagli allevamenti e dall’agricoltura industriale. Rimane qualche caseificio a conduzione familiare, ma sono rarii, tant’è che nei mercatini quelli che si incontrano nei mercatini sono tutti toscani”.

Poi la questione dei finanziamenti. “Chi propone di stanziare soldi per le comunità montane è accolto come un salvatore, – continua - purtroppo però negli ultimi anni i finanziamenti che arrivano da Regione e Provincia riguardano solo il taglio della legna e la sua combustione. Si spendono fiumi di denaro, il nostro denaro, per il teleriscaldamento, le centrali a cippato. In pratica paghiamo per tagliare la legna dei boschi in maniera industriale con i cingolati e per costruire gli inceneritori che la bruceranno.Soldi che finiscono nelle tasche dei costruttori di macchinari per il taglio e per la cippatura della legna e dei costruttori di centrali a cippato chiavi in mano. Così vengono investiti gli incentivi statali in una montagna che langue. Chiunque può vedere interi versanti completamente denudati e le pile di legna pronta per essere caricata su camion e portata chissà dove. Le strade sfondate sono lì anch'esse a testimoniarlo.”.

Inquinamento e dissesto idrogeologico camminano di pari passo secondo lo scrittore de La linea nel bosco che spiega: “per produrre energia elettrica, da poter vendere, i camini delle centrali devono bruciare 10 volte il quantitativo di legna che servirebbe solo per il riscaldamento d’acqua. Quindi si raddoppiano gli ettari di bosco abbattuti e di polveri sottili immesse nell’atmosfera. Ci si giustifica dicendo che così si evita che gli abitanti della montagna inquinino, ma ormai sono poche le famiglie che non si siano attrezzate con moderne stufe miste pellet-legna. E’ solo una questione di soldi. Soldi con cui il mercato della legna ingolosisce i montanari. Ma sono pochi quelli che finiscono nelle loro tasche o che circolano nei paesi. La gran parte ritornano in città: ai grossisti, alla gente dell'est che taglia per conto degli speculatori. Il taglio della  legna non crea nuova economia, nè lavoro.

Una dannosa questione di lucro perché se si denuda la montagna quando iniziano le piogge l’acqua scivolando può creare seri problemi. Il dissesto idrogeologico non è da sottovalutare soprattutto per garantire l’incolumità della popolazione e delle attività dell’appennino”.  Dalla necessità di affrontare queste emergenze è nato da meno di un mese il Consorzio autodifesa legale e difesa del territorio che come spiega Serioli, tra i fondatori del consorzio, si pone l’obiettivo “di avviare al più presto class action contro amministrazioni e aziende che hanno contribuito all’inquinamento e al dissesto idrogeologico dell’Appennino”.

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