Movida, il comitato D'Azeglio: "Anche noi vogliamo una città viva, basta il senso civico"

Il Comitato Strada d'Azeglio e dintorni torna a parlare di movida dopo l'entrata in vigore del regolamento comunale che prevede regole ad hoc proprio per l'Oltretorrente

Il Comitato Strada d'Azeglio e dintorni torna a parlare di movida dopo l'entrata in vigore del regolamento comunale che prevede regole ad hoc proprio per l'Oltretorrente.

"L’approvazione del Regolamento per la convivenza con significative modifiche rispetto a quello adottato all’inizio del 2013 in forma sperimentale, il ricorso al Tar intentato solo da alcuni dei tanti esercenti della zona di via D’Azeglio e le conseguenti attenzioni del Suo giornale e di altri mezzi di informazione locale ci inducono ad alcune considerazioni e riflessioni, in qualità di rappresentanti del Comitato dei residenti dello stesso comparto.

In primo, vogliamo esprimere apprezzamento all’amministrazione comunale nel suo complesso (al sindaco Pizzarotti, all’assessore Casa e al Consiglio Comunale, sia alla componente di maggioranza che a quella di minoranza) per aver preso sul serio il tema della qualità della vita in città e delle degenerazioni in alcune sue parti per effetto del fenomeno spontaneo a cui ci si riferisce con il termine ‘movida’. Riteniamo, infatti, che il regolamento riconosca effettivamente la gravità della situazione, gravità che non sempre viene riferita dagli organi di informazione con la giusta rappresentazione.

Riportare il tutto al conflitto tra residenti ed esercenti, talvolta anche esasperandolo, senza raccontare con esattezza le dinamiche che caratterizzano il fenomeno, non favorisce la consapevolezza del problema nell’opinione pubblica. Non è solo una questione di conflitto, è un problema che ci deve interrogare tutti sul senso di vivere uno spazio, il centro storico nelle sue varie articolazioni, quale quella storica tra Centro Città e Oltretorrente, che è lo spazio della nostra identità e del senso di essere comunità, che molti ci invidiano. Dobbiamo interrogarci perché si debba ricorrere ad un inasprimento delle limitazioni, delle sanzioni e dei controlli per trovare un punto di equilibrio per vivere bene sia nelle case, sia nelle strade, sia nel riposo che nel divertimento. Dove è il senso civico che vuol dire senso dei propri limiti? Pensiamo veramente che basti un regolamento, pur necessario? Occorre veramente un regolamento affinché tutti, ma proprio tutti, si sentano responsabilizzati nei confronti di un bene comune? Come è possibile che tutto questo sia lasciato al gioco degli interessi dei singoli? Anche noi vogliamo una città viva e non un dormitorio. Ma questo non può voler dire devastare la vita degli altri e dei luoghi di tutti. Spesso ci chiediamo perché non sentiamo la voce di chi si occupa dei giovani, delle associazioni, delle scuole, dell’Università (via D’Azeglio e dintorni sono, come noto, una zona universitaria anche dal punto di vista della residenza). Ma anche dei medici, dei sociologi, degli psicologi. Abbiamo invece potuto apprezzare l’intervento della Chiesa nell’aprire l’Oratorio di S. Ilario, a proposito dei luoghi identitari.

Infine, ci chiediamo perché i giornalisti non raccontano, ad esempio, di chi continua a dare bevande alcoliche a chi è già in evidente stato di ebbrezza, perché non raccontano lo stato dei luoghi ridotti a vere latrine a cielo aperto (per tacere d’altro), con odori nauseabondi al mattino quando si esce di casa. E non si dica che questo si risolve con i bagni pubblici: nessuno li userebbe, anche perché i servizi igienici nei locali ci sono. Pensiamo veramente che per ogni comportamento illecito ci debba essere un poliziotto o un vigile urbano al momento giusto nel posto giusto?
Vengano i giornalisti a vedere effettivamente come stanno le cose, vengano nelle nostre case per vedere quello che succede, quali sono le dinamiche che si sviluppano nelle notti di movida e nel dopo-movida. Questo, a nostro giudizio, sarebbe più utile della contabilità delle sanzioni.  I cittadini residenti da diversi anni subiscono una serie di gravi soprusi, mentre c’è chi vorrebbe trasformare questa in una zona franca dove le persone che vivono, risiedono, lavorano e pagano le tasse debbano soccombere alla prevaricazione di alcuni gestori.

Nel nostro comparto numerosi esercizi pubblici e attività artigianali di tipo ‘take away’ svolgono la loro attività prevalentemente, se non esclusivamente, nelle ore serali e notturne. I loro gestori, fin dall’inizio dell’attività, hanno operato a porte dei locali aperte con musica ad altissimo volume, senza esercitare alcun controllo sugli avventori, anzi somministrando e vendendo bevande anche all’esterno dei locali ad un numero eccessivo di clienti rispetto alle dimensioni degli stessi, con l’effetto di creare grandi assembramenti ed un clientela bivaccante che da subito si è appropriata della strada, dei marciapiedi, delle soglie delle abitazioni e dei negozi di vicinato a loro adiacenti. E ciò a danno anche degli esercenti, loro colleghi, che esercitano nel rispetto della legge.

Sono oggettivamente sussistenti inoltre gravi problematiche di inquinamento acustico (accertate da Arpa) direttamente ascrivibili agli esercizi ed un problema di bivacco con conseguente danneggiamento di un importante Monumento cittadino, l’Ospedale Vecchio, divenuto ostaggio di una moltitudine di avventori la cui presenza è direttamente legata a quella degli esercizi pubblici.
Ci consenta, in conclusione, Signor Direttore, ringraziandola per l’ospitalità che avrà voluto dare a questa nostra lettera, di insistere affinché anche i mezzi di informazione diano una mano nel far acquisire consapevolezza del problema. Problema che non è solo una questione di Tar anche se, come è ovvio, utilizzeremo anche noi tutti gli strumenti di tutela previsti dal nostro ordinamento giuridico, eventualmente a fianco dell’Amministrazione. Tuttavia, non è sufficiente guardare a chi vince o chi perde: se le cose continuano così, Signor Direttore, ci creda, siamo tutti sconfitti”.

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