"Questa pizzeria appartiene a Salvatore": ecco come i Grande Aracri controllavano un locale di Parma

I tentacoli dell'Ndrangheta sulla nostra città, tra prestanome, intestazioni fittizie: secondo l'accusa il capoclan gestiva occultamente un locale di Parma per finanziare la cosca

Prestanome, intestazioni fittizie, carte Postepay, conti correnti, finanziamenti, ditte nel settore delle costruzioni, locali pubblici. I tentacoli della cosca di 'Ndrangheta Grande Aracri continuano a stringere anche Parma e provincia, nonostante le ultime operazioni contro le infiltrazioni mafiose nel nostro territorio. L'operazione Grimilde, il maxi blitz che ha portato all'arresto di sedici persone, di cui tre residenti a Parma, ha portato alla luce una serie di episodi criminali che coinvolgono il tessuto economico della nostra città. Una pizzeria da asporto considerata dagli inquirenti come un punto di riferimento per i vertici del gruppo criminale avrebbe funzionato da un lato come fonte di guadagno per la cosca e dall'altro come possibilità di impiegare denaro illecito, frutto di attività illegali sul territorio.

Nel periodo compreso tra il 2015 ed il 2017 infatti la pizzeria, intestata prima ad un prestanome e poi ad un secondo, che "era nella piena e diretta disponibilità" di Salvatore Grande Aracri, considerato dagli inquirenti uno dei tre capi dell'organizzazione, arrestato per una serie di reati, tra i quali associazione mafiosa, proprio nell'ambito dell'operazione Grimilde. La pizzeria era stata inaugurata nel settembre del 2015 dopo che una società immobiliare, anch'essa controllata dalla cosca 'ndranghetista, aveva concesso i locali in locazione. "Questa pizzeria appartiene a Salvatore" si legge nel testo di un'altra intercettazione.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti sarebbe stato lui il gestore occulto della pizzeria d'asporto: le intercettazioni ambientali e i pedinamenti effettuati dalla Squadra Mobile di Parma e di Bologna dimostrerebbero infatti la presenza costante del capo clan calabrese a Parma, proprio nei pressi della pizzeria per controllarne l'attività, il guadagno mensile e per procedere al pagamento dei dipendenti. Oltre a questo, sempre secondo l'accusa, era lui ad occuparsi di gestire le buste paga, di contattare i fornitori, di controllare l'affluenza dei clienti. In un caso Salvatore Grande Aracri al telefono si rivolge ad un fornitore, riferendodi probabilmente ad un mancato pagamento dicendo: "Ma c'erano i miei dipendenti, i dipendenti non possono pensare che non paghi la gente". 

Il boss si occupava anche di gestire le problematiche che di volta in volta emergevano: in un caso per esempio i gestori, che erano dei prestanome, si lamentavano della scarsa affidabilità di un'altra dipendente. In un momento successivo poi la pizzeria è stata venduta allo scopo di ottenere liquidità, che avevano l'obiettivo di finanziare la cosca. Un giro di soldi impressionante, tra le varie attività economiche che il gruppo controllava tra Parma, Piacenza, Reggio Emilia e Bologna, che permettevano alla cosca di finanziarsi e di reinvestire il denaro 'sporco'. 

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