La Resistenza nel libro di Pinelli: "Le generazioni future mantengano viva la memoria"

Intervista all'autore di Occhi tra le Foglie, edito da Fedelo's. Una storia appassionante ambientata tra l'Appennino, Parma e la Cornovaglia, un'epopea famigliare sullo sfondo della lotta partigiana

Denso e mai banale. L'ultimo romanzo di Giacomo Pinelli “Occhi tra le foglie”, edito da Fedelo's, è un crescendo costante, tra lo scorrere di una storia avvincente dai risvolti inattesi e la descrizione pulsante dei moti emotivi dei protagonisti. Le figure femminili il vero motore di una scena che prende corpo anche grazie ai suoi luoghi, dall'Appennino alla Cornovaglia passando per Parma. Non semplici cornici ma elementi quasi attivi nelle vicende stesse, tra passato e presente che si rincorrono.
- “Occhi tra le foglie” si caratterizza per il fitto intreccio e lo sviluppo dei personaggi. La scelta dell’incipit è particolarmente significativa perché ricade su uno dei momenti più dolorosi e difficili vissuti da una donna: un momento crudo che porta il lettore a immedesimarsi nella sofferenza di chi passa da una visione ingenua e sprovveduta della vita, abituata ad accettare i colpi bassi, sino a una falsa svolta, con l’illusione di aver scoperto la gioia di sognare a occhi aperti, trasformata poi bruscamente nel peggiore degli incubi. Solo molte pagine più avanti il lettore riuscirà a riannodare i fili e comprendere l’importanza di quel momento, che cambierà le sorti di molti personaggi. Da cosa parte questa scelta?
Sono convinto che esista un tempo sospeso, una sorta di “terra di nessuno”, nel quale il lettore decide se accordare la propria fiducia a un romanzo, se continuare a seguirne la trama e arrivare all’ultima pagina. Credo che l’incipit sia fondamentale per rendere soprattutto l’atmosfera che permea una storia. Nel caso di Occhi tra le foglie, ho scelto di cominciare con una scena forte, fondamentale dal punto di vista della trama, che portasse il lettore a calarsi immediatamente in uno dei due periodi storici durante i quali si svolge la vicenda. Come un tuffo nell’acqua ghiacciata. Nella pagina successiva, invece, comincia la descrizione dei membri della famiglia Lazzeroni e la narrazione si fa più sobria. Tutto il romanzo è un continuo intrecciarsi di passato e presente.
- Le sfaccettature delle debolezze e il ritratto delle diverse sensibilità umane sono resi con una delicatezza e una minuziosità di particolari tali da diventare una sorta di descrizione emotiva. La straordinaria capacità della scrittura permette al lettore di fare propria la visione di ogni singolo personaggio, provando le paure e la forza di Giuseppina, le titubanze e la scoperta inaspettata di poter sognare di Lisetta, con illusioni poi bruscamente infrante, la peculiarità di Adriana, amante della parola e poetessa per una sola ascoltatrice, l’idealismo di Giovanni, roccia e fulcro della famiglia di cui è l’unico a ignorare i sotterfugi, le incertezze di Giampiero e il senso di smarrimento e di rinascita di Amedeo. Ogni personaggio ha una sua parte in questo affresco.
Occhi tra le foglie nasce da un mio bisogno di scrivere un’epopea familiare, dove le generazioni si incrociassero e si aprissero a un confronto, anche se per certi versi forzato. Sono partito dai nomi delle mie prozie, ho aggiunto il personaggio di Giovanni, mi sono addirittura disegnato l’albero genealogico della famiglia Lazzeroni e da lì sono partito. Ogni personaggio è il frutto di una fusione di atteggiamenti, espressioni, azioni e misfatti. Mi parlavano e io davo loro voce, corpo, profondità. Nei precedenti lavori ho sempre avuto un occhio di riguardo alle descrizioni emotive dei personaggi, all’empatia che il lettore poteva provare nei loro confronti. Un personaggio è riuscito quando risulta plausibile, riconoscibile, reale. Però questo andava a discapito dell’azione, i miei racconti risultavano talvolta statici. Per Occhi tra le foglie dovevo unire questi due aspetti: non sacrificare le sfaccettature dei protagonisti, ma al contempo raccontare una vicenda che avesse sostanza e azione. Ci ho impiegato quattro anni, dalla prima stesura all’ultima revisione ed è stato interessante osservare come la storia mi chiamasse e mi respingesse: nei primi mesi ho scritto per ore, tutti i giorni, completamente rapito dalla trama che andava sviluppandosi. Poi è arrivato un lungo periodo di silenzio e stasi. Finalmente, di slancio, ho portato a termine il romanzo, scrivendo di notte per due settimane filate. Curiosamente, in una delle infinite riletture prima della pubblicazione, il personaggio di una delle sorelle è saltato. Mi sono semplicemente reso conto che era superfluo, appesantiva il tutto. Una volta eliminato, il testo ha respirato con un altro ritmo. A riprova che la letteratura è un lavoro instancabile di artigianato.
- Già dalle prime pagine anche il lettore va a vivere a Montemarcio e si cala nelle dinamiche di quella piccola comunità degli anni della guerra, dove la gente ha imparato a convivere con la sofferenza di vedere depredati non solo le proprie provviste per mano tedesca ma anche la dignità e il diritto alla libera espressione, con lo spettro della morte costantemente vicino per una parola storta o il sospetto di copertura di un partigiano. Sentimenti di accettazione, almeno apparente, di qualsiasi cosa in nome della sopravvivenza, con la nascita, sottotraccia, di sentimenti di ribellione. Uno degli elementi maggiormente significativi del romanzo credo sia proprio questo, la contestualizzazione oltre che storica anche emotiva di chi ha attraversato gli anni difficili e intricati dell'ultima guerra.
Non avendo ovviamente vissuto gli anni bellici  mi sono rivolto all’unico partigiano che vive nel mio piccolo paese di montagna, Montelungo, il borgo dal quale provengono le mie origini paterne e dove ho scelto di tornare a vivere con la mia compagna e nostro figlio. Ugo, ormai anziano e malandato, è un uomo taciturno,  uno di quelli che non ti spiattellano i ricordi con quell’urgenza che può venire a noia. No, i suoi ricordi li ha centellinati, abbiamo passato piacevoli pomeriggi a parlare, senza le formalità di un’intervista, ma con semplice curiosità da parte mia e voglia di condivisione dalla sua. Mi ha raccontato la quotidianità di quel periodo, la vita che nonostante tutto proseguiva giorno per giorno. Di questo avevo bisogno, di capire come una famiglia conduceva la propria vita, nonostante la guerra, l’occupazione, la violenza e la paura. Un ragazzino cresceva. Una giovane donna scopriva l’amore. C’erano gelosie, invidie, c’erano intimità e amicizia. C’erano le facce della gente, facce contadine, dure, spigolose, ma che possiamo riconoscere, perché sono nostre. Avevo bisogno di qualcuno che mi guidasse nel sentiero della memoria.  Non è un caso che Ugo sia la prima persona che ringrazio alla fine del libro.
- Davanti alle incertezze, alle debolezze e alle vicissitudini dei personaggi c’è una sola figura che rimane sempre fedele a se stessa e a ciò in cui crede, granitica negli ideali e nella necessità dell’impegno personale per soverchiare il sistema, cercando di cambiare il mondo per renderlo più giusto e più umano. Quella di Giovanni, l’eroe bambino, è molto più che una fede cieca: è un sentimento idealista che da impulsivo, nei suoi 13 anni camuffati in 17 per fare da staffetta partigiana dalla bottega di Ginetto il maniscalco, è cresciuta non senza riflessioni e messe in discussione passando da partigiano bambino a rappresentante delle masse. “La guerra, i blocchi contrapposti, le lotte operaie, le conquiste sindacali, il crollo del muro: Giovanni aveva attraversato il Novecento con le spalle larghe e la testa alta ma è come se il nuovo millennio avesse voluto ripulire la soffitta come una massaia sbrigativa, annientandolo con un ictus che senza avere la compiacenza di ucciderlo, lo aveva ridotto a un relitto invece. L’eroe bambino, quello che si era unito ai partigiani quando ancora portava i calzoni corti. Che era entrato nella Parma liberata insieme ai capi, pochi passi dietro i comandanti, nel tripudio di bandiere e grida. Le mamme lo additavano, si staccavano dalla folla e lo baciavano. Lui sentiva il petto esplodergli dal pianto e dall’orgoglio”. Da cosa parte la scelta significativa di incentrare le vicende attorno a questo personaggio?
In realtà le vere protagoniste del romanzo sono le donne, che amministrano il vivere quotidiano, che si espongono, che coscientemente si sacrificano. Sono le sorelle di Giovanni, sua madre, sua zia Lisetta. Donne coraggiose e umili, talvolta destinate a un martirio cosciente. Così come il ruolo di capofamiglia di Giovanni è più apparente che reale, anche la centralità del suo personaggio è in realtà un espediente per narrare coloro che gli stanno intorno, che subiscono la sua fama, l’assecondano, la alimentano. Giovanni è stato un eroe partigiano quand’era ancora un ragazzino e, dopo un’esistenza spesa tenendo fede ai propri valori morali, sente avvicinarsi la morte. E’ consapevole che i segreti di famiglia, le mancanze a cui non ha posto rimedio, si stanno per riaffacciare, mettendo in pericolo tutto ciò che ha costruito. Vorrebbe porre rimedio alla segreta colpa che da sempre lo tormenta: l’abbandono in un orfanotrofio del cugino Amedeo, il figlio che la zia Lisetta partorì dopo essere stata stuprata da un partigiano nascosto nei boschi, da lei in precedenza aiutato e nutrito. Giovanni è un uomo buono, puro, forse anche ingenuo, consapevole della propria inevitabile debolezza. Per questo accetterà l’aiuto di un improbabile alleato, Giampiero, che glielo offre soltanto per dimostrare il proprio valore agli occhi della compagna. Una scelta che lo porterà ad attraversare l’oceano fino a raggiungere la Cornovaglia. I personaggi che incontrerà tra Penzance e Land’s End, la sconvolgente verità che dovrà gestire, lo porteranno a disseppellire avvenimenti che la storia aveva ormai celato, costringendolo a mettere in discussione non soltanto la propria storia d’amore, ma  tutto ciò che fino ad allora aveva inteso come fedeltà e onore. Poi c’è Amedeo, il figlio della violenza… Insomma, senza svelare troppo la trama, si può dire che i protagonisti siano molteplici.
- Ciò che colpisce è l’ambivalenza di sentimenti comunitari e personali nei confronti dei partigiani. Da un lato “Occhi tra le foglie” rende in modo  vivido il sostegno nascosto del popolo ai partigiani. Il dramma della madre Piera è significativo non solo per la sofferenza per il proprio figlio, ma perchè porta i segni dell'oppressione  tedesca sulla comunità di Montemarcio. Dall’altra parte è però messo in luce anche il lato carnale e feroce di un partigiano, Pietro Morello. Si sfiora un tema controverso attraverso la vicenda di un partigiano ribelle che viene segretamente protetto, curato e nutrito ma che approfitta della fiducia di un’anima pura per illuderla e usarle violenza provocandole ferite indelebili che solo la fede le permetterà poi di vedere come dono di Dio. Lungi dal parlare di revisionismo, come si pone di fronte a una questione simile? Mettere in luce lati negativi, errori e violenze oltre a essere funzionale al racconto è anche una contrapposizione a un atteggiamento idealista “a prescindere” attorno all'operato partigiano?
Ho sempre ammirato la figura del partigiano, dell’uomo comune che mette in gioco la vita per liberare la propria terra per poi tornare a un’esistenza comune. Non ho mai avuto dubbi su quale fazione della guerra civile che ha insanguinato l’Italia fosse dalla parte della ragione. In virtù di questo, mi sembra assurdo quella sorta di tabù che talvolta si incontra in certi dibattiti, come se non si potessero ammettere eccessi, errori o mancanze da parte della Resistenza. In quanto esseri umani, gli uomini e le donne che liberarono la nostra patria possono aver commesso delle ingiustizie, consegnate ormai alla storia. Questo non cambia l’importanza del loro impegno, del loro sacrificio. Quello che mi interessava mettere in luce era il potere dirompente della storia, quella che i posteri studieranno, nel destino degli uomini comuni. Di come i fatti epocali segnino intere generazioni e ne plasmino l’avvenire.
- Descrive in modo delicato le emozioni e i sentimenti contrastanti di una giovane donna, privata come gli altri della libertà, ma capace di sognare attraverso i libri e la poesia, scoprendo un mondo parallelo in cui rifugiarsi, fatto di libri e dell’unica persona per cui valesse la pena pettinarsi i capelli o indossare l’abito buono. Un amore platonico, quello di Adriana per l’amica Carlotta, significativo forse della necessità umana di liberarsi dalle oppressioni anche attraverso la preziosa arma della lettura, che diventa uno strumento di evasione quanto mai potente. “C’era la guerra in quel 1944, forse sarebbe durata per sempre, sino all’annientamento del genere umano; si pativa la fame, si moriva e si piangeva; ma in una stalla, verso la fine di un pomeriggio qualunque, due ragazze di vent’anni erano riuscite a fermare il tempo, a piegarlo a loro piacere”.
Molti lettori mi hanno indicato quello di Adriana come il personaggio che più li ha toccati. Sentivo la necessità di raccontare un’ anima sensibile, dagli slanci poetici e dall’esistenza tormentata a prescindere dai tempi bui che si trova a vivere. Adriana quasi si rammarica quando scopre che la guerra è finita, perché una parte di lei sa che questo avvenimento tanto agognato l’allontanerà dalla sua amica, verso la quale prova sentimenti contrastanti, indefiniti. La sua fine tragica idealizza il suo accidentato percorso poetico ed interiore e si trasforma in un velo di nostalgia che ricopre il ricordo dei familiari, come se la parte migliore di essi fosse partita insieme a lei.
- C'è una continua oscillazione tra il passato degli anni Trenta – Quaranta e il presente, con in comune i sentimenti di attesa e aspettativa di chi lascia la vita di prima per vivere un nuovo inizio a Parma. Si percepisce un uso quasi anomalo del tempo, un’insolita prospettiva che da l’impressione di un rovesciamento di piano. Nonostante l’io narrante viva nel presente, la sensazione è che sia il tempo presente ogni tanto a fare capolino nel passato, per permettere al lettore di riannodare i fili di un intreccio fitto che si svela un poco alla volta.
Mi sono divertito a ondeggiare tra i periodi storici, cercando tuttavia di mantenere alta la tensione in entrambi i piani narrativi. Il complimento che apprezzo maggiormente è quando mi si dice che, una volta riposto il romanzo, rimaneva vivo il desiderio di sapere come la vicenda sarebbe continuata. L’intreccio nasce dall’incontro tra Giovanni e Giampiero, protagonisti maschili, e avevo la necessità di raccontare da dove arrivassero. Se avessi scelto di seguire l’ordine temporale e di raccontare prima gli anni della guerra e poi i giorni nostri, probabilmente mi sarei annoiato e avrei provocato lo stesso effetto sul lettore. Permettendomi queste intrusioni nel tempo passato, talvolta più descrittive, talvolta di pura emozione, ho cercato di mantenere più viva l’attenzione. Anche perché, in fondo, Occhi tra le foglie ha dei segreti da rivelare, quindi bisognava fornire gli elementi per provare a capire come si erano svolti certi fatti, stando attenti a non rendere il tutto troppo esplicito.
- Giampiero inizialmente da l'idea di essere un eterno insicuro, dal terrore di guidare al rapporto con i suoceri. Convinto dei propri sentimenti d’amore per Silvia non solo lascia il suo amato loft milanese per trasferirsi a Parma ma arriva al punto di farsi carico di una missione non sua anche davanti alla sfiducia e ai dubbi, in una sorta di affrancamento e autodeterminazione. Ci sono degli elementi autobiografici?
Certamente il personaggio di Giampiero mi assomiglia ma, come per i personaggi della famiglia Lazzeroni, si tratta essenzialmente di un insieme di caratteristiche, catturate quì e là e reinterpretate a formare il personaggio. E’ ciò che ho fatto anche in altri romanzi, dove appariva un protagonista riconducibile a me. Io ho sempre creduto molto nell’autoironia, quindi mi piace spingere al massimo certi difetti, come l’indolenza o la paura di impegnarsi in un qualsiasi progetto serio perché, visto che mi appartengono, sono in grado di descriverli al meglio!
- I luoghi del racconto diventano quasi un ulteriore altro personaggio nella storia. L’Appennino come teatro delle gesta dei partigiani e dei sostenitori tra le fughe nella boscaglia, i messaggi in codice recapitati da un bambino insospettabile, la paura e l’orrore delle violenze. Parma come ricettacolo di aspettative e opportunità per un nuovo inizio, nel secondo dopoguerra come nel presente. La Cornovaglia come luogo di solitudine, che stimola riflessioni interiori, seppure con interazioni con personaggi chiave nello sviluppo della vicenda, come se fosse l’ambientazione giusta per permettere al protagonista di ricomporre i pezzi di un puzzle. Non si tratta solo di scoperchiare un segreto nascosto per anni, ma della necessità di fare chiarezza nella verità dei rapporti personali, del proprio ruolo nella vita, delle proprie insicurezze e delle certezze che crollano e si rimescolano una ad una.
Di certo anche i luoghi hanno un proprio respiro, un proprio karma. Io ho scelto di tornare a vivere nel borgo che ha dato i natali a mio padre, un paesino ormai quasi spopolato, che assomiglia naturalmente a Montemarcio, luogo dove cerco di ambientare quasi sempre almeno una parte dei miei romanzi. Queste montagne sono state teatro di battaglie epiche e ancora sono impregnate dei ricordi di quell’epoca, ma allo stesso modo conservano la memoria dei pellegrini che le battevano nel Medioevo per andare a Roma, degli eserciti che nel corso dei secoli le hanno attraversate, dei briganti che assaltavano i viandanti e li depredavano. Nel romanzo precedente a Occhi tra le foglie, Preghiera della luce tenue, ho cercato di mettere in luce proprio questo aspetto: le tracce che lasciamo nei luoghi, dalla più labile alla più profonda. E’ la storia di un paese, Montemarcio appunto, e di tutti coloro che vi lasciano un segno, che sia una vita spesa tra i suoi vicoli o una semplice gita domenicale.  
- Negli ultimi anni si assiste a una riscoperta della narrativa della Resistenza, come se la nuova generazione sentisse il bisogno di mantenerne vivo il ricordo, sfruttando però i racconti di chi quei momenti li ha vissuti in prima persona o romanzando il vero, come per “La sentenza” di Valerio Varesi, spinto a scrivere dall’ossessione del richiamo della trasmissione del ricordo contro l’amnesia collettiva, affidando alla scrittura il racconto della vita partigiana. E’ un po’ anche questo il senso di “Occhi tra le foglie”, seppur sviluppando una storia che trascende i confini della vita partigiana per rendere attuali alcuni di quegli ideali nella vita contemporanea?
Mi fa impressione pensare che i testimoni di quegli anni se ne stiano per andare, inevitabilmente succederà presto. Sta alle generazioni future provare a mantenere viva la memoria, anche scontrandosi, anche mettendo in dubbio la realtà, perché per ogni voce che proverà a compiere una sorta di revisionismo, ce ne sarà sempre un’altra pronta a contrastarla, provocando la discussione. E’ la nostra unica arma, discuterne. Documentarsi. Accapigliarsi, magari. La seconda guerra mondiale appartiene alla nostra memoria collettiva di italiani. E’ passata sulla pelle dei nostri nonni, di ragazzi come noi, di famiglie coi nostri nomi. Ha cambiato gli atteggiamenti, il modo di pensare e parlare.  Le nuove generazioni non dovrebbero mai dimenticare che i loro predecessori si sono sparati addosso, che le opportunità che oggi hanno sono dovute anche, senza voler essere retorici, al sacrificio, al dolore, al rifiuto di arrendersi allo sfascio di gente che vedeva il proprio paese ridotto in macerie. Come si dice spesso, l’unico vero rischio è dimenticarsene, lasciare che il ricordo si affievolisca e scivoli nell’ombra insieme ai protagonisti che quell’epoca così fondamentale l’hanno vissuta.
- Stiamo assistendo in questi anni a una sorta di “riscoperta” che si sta sviluppando non solo a livello letterario ma anche teatrale, da rappresentanti delle nuove generazioni che, non avendo memoria propria, utilizzano il racconto di storie vissute di vita partigiana portando avanti il ricordo, come per il viaggio fatto rivivere al museo Guatelli da Laura Cleri, Giancarlo Ilari e Stefano Cenci. Grazie al racconto del partigiano Renato Lori, classe 1924 con il suo “C’era una volta un ragazzo… un partigiano”, si provano sentimenti forti che si ritrovano anche in “Occhi tra le foglie” come il dolore della madre che piange sul corpo esanime del figlio, o i sospetti di tradimento di chi è stato bollato come spia. “Non bastano le parole, ci vuole l’esempio per trascinare alla riscossa” scriveva Marco, giovane partigiano, alla famiglia prima di andare incontro a morte certa nel fallito attacco alla scuola San Michele caserma fascista. Questa è la forza della scrittura, trasmettere per non dimenticare?
Non c’è dubbio. Personalmente sono convinto che la forza della scrittura sia, e mi rendo conto che possa suonare semplicistico, essenzialmente quella di raccontare storie. Di qualsiasi genere e ambientazione. Storie, per lasciare che la fantasia possa vagare. Perché si possa riflettere, sorridere, arrabbiarsi. Le storie da sempre formano la comunità, la cementano, la tengono insieme. E’ una funzione sociale. Credo fermamente che la capacità e la volontà di narrare siano una forza esplosiva. Infatti così mi piace definirmi, narratore, se buono o mediocre  non sta a me dirlo. Però mi rendo conto della fortuna che ho quando mi frulla in testa una trama e, con fatica, riesco a fermarla sulla carta.  Da quel momento non è più soltanto mia. Qualcuno la leggerà e il percorso delle pagine che ho scritto, dei personaggi che ho raccontato, sarà tracciato. Finché siamo vivi, dobbiamo raccontarci delle storie. Cosa c’è di più bello?

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