Provenzano, l'Unione delle Camere Penali: "E' ancora al 41 bis, è tollerabile in un paese civile?"

L'Unione interviene sulla vicenda di Bernardo Provenzano, ristretto al 41bis nonostante le sue conclamate gravissime condizioni di salute

Bernardo Provenzano.  L'Unione delle Camere Penali interviene sulle condizioni del boss, ancora al 41 bis. "Ci sono nomi che, da soli e più di altri, evocano vicende criminose e gravissimi delitti -si legge in una nota- cui corrisponde il pianto di molte vittime. Spesso si tratta di persone di cui le sentenze passate in giudicato hanno già tracciato il percorso giudiziario, definendo intrecci e scenari delle loro condotte. Fra questi vi è sicuramente Bernardo Provenzano che da circa sette anni è detenuto in uno dei tanti penitenziari di massima sicurezza italiani, dopo oltre 40 anni di latitanza durante i quali si sono svolti diversi processi che hanno definito le sue gravissime responsabilità rispetto ad un fenomeno, quello mafioso, che ha segnato la storia italiana. Le cronache giornalistiche, di recente, sono tornate ad occuparsi ancora di lui, a più riprese, con notizie che coinvolgono aspetti non secondari del trattamento delle persone che sono nelle mani dello Stato. Provenzano è imputato nel processo sulla cd. trattativa Stato/Mafia, ma la sua posizione è stata stralciata perché gli esperti nominati dal Giudice hanno accertato che lo stesso non può validamente partecipare al processo né essere giudicato perché le sue condizioni di salute fisica e mentale non lo consentono.

Egli è infatti ormai ridotto ad uno stato quasi vegetativo: affetto dal morbo di Parkinson e da altre patologie si trova costretto costantemente in un letto, nutrito artificialmente, incapace di attendere agli atti più elementari di vita quotidiana. Il suo grave stato psicofisico si è potuto verificare anche attraverso i video ripresi in carcere che, in diverse occasioni, i media hanno trasmesso; una visione talmente impressionante che un giornalista di vasta esperienza, come Bruno Vespa, ha dichiarato“Io mi vergogno a vedere queste cose, da cittadino. Io credo che uno Stato debba essere duro, ma non può essere spietato. Qualunque cosa abbia fatto Provenzano non si può tenere al 41 bis un uomo in queste condizioni. Non gli si può impedire di vedere i figli se non solo attraverso il vetro. Uno Stato per essere rispettato deve rispettare anche i suoi peggior nemici".

Ed infatti Provenzano non solo è in stato di detenzione ma è ancora sottoposto al regime del 41 bis, perché varie pronunce degli organi competenti – ed in attesa che si pronunci la Corte Europea dei diritti dell'uomo – ne hanno sancito la perdurante pericolosità sociale. L’evidente contraddizione fra il riconoscimento del grave stato di salute dell’imputato, che non gli consente di partecipare validamente al processo, e il suo mantenimento in stato di detenzione, per di più in un regime inumano, non è stata fin qui meritevole di alcuna attenzione, neppure tra coloro che, d’abitudine, si indignano per le violazioni dei diritti fondamentali; ciò perché vi è la consapevolezza che una pubblica presa di posizione che riguardi Provenzano condanna chi la esprime alla più assoluta impopolarità.

Ma l’Unione Camere Penali non ha mai temuto di essere impopolare quando denuncia la violazione dei diritti fondamentali dell'individuo, qualsiasi nome esso porti, sia pure il diavolo in persona, ed a prescindere dalla sua storia processuale e dalle sue responsabilità, perché ritiene che i diritti fondamentali non siano “divisibili” e non possano essere negati ad alcuno. Se una Autorità Giudiziaria ha accertato l’irreversibile processo degenerativo fisico e psichico di uomo, al punto da rendere impossibile la sua partecipazione ad un processo, ciò significa evidentemente che egli è incompatibile con ogni forma di detenzione, figurarsi il regime del “carcere duro”, di cui all'art. 41 bis dell'ordinamento penitenziario.

Un regime che mira a condizionare il comportamento processuale dei detenuti – di cui i penalisti sono tra i pochi a denunciare la vera natura di “tortura legalizzata” – sempre ingiusto anche nei confronti di persone in buone condizioni ma che svela la propria intollerabile natura vessatoria rispetto a chi non è più in possesso delle proprie facoltà fisiche e mentali. Questa situazione, dunque, richiede l’intervento immediato dei magistrati competenti, del DAP, ma anche della Ministro della Giustizia, se veramente si vuole dimostrare di aver voltato pagina rispetto ai diritti dei detenuti, specialmente quelli in condizioni di salute estreme: senza distinzioni, senza discriminazioni, senza privilegi. Non lo impone solo il senso di umanità, o il rispetto delle Convenzioni e della Costituzione, ma anche e soprattutto il fatto che lo Stato deve dimostrare che è proprio il rispetto della legalità a renderlo più forte della criminalità".

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