San Pancrazio, costretti a vivere in un casolare a rischio crollo

La storia di tre persone che, dopo aver perso il lavoro e un posto in cui stare, si sono rifugiate in un casolare fatiscente a San Pancrazio. Maurizio, carpentiere campano, non ha più trovato lavoro, condivide la casa con un parmigiano 40enne e un romeno

Perdere il lavoro a quarant’anni, non riuscire a trovarne un altro, finire col perdere tutto e trovarsi in mezzo a una strada. Quella di Maurizio è una storia comune a un numero crescente di persone che anche a Parma vivono in condizioni di estrema difficoltà. Stando ai dati raccolti dall’associazione Pane e Vita attraverso una sorta di censimento nel corso dell’ultimo anno, a Parma e nel territorio, la maggior parte dei senza dimora a Parma sarebbe composta da uomini di età media di 38 anni, 50 le donne, il 67% sarebbe originario dell'Europa dell’Est, Moldavia, Ucraina, Romania, Albania, il 20% dal Nord Africa e dall'Africa centrale e il 13% sarebbe costituito da italiani, un dato in costante aumento e che costituisce le cosiddette nuove povertà. Un quadro che, seppur parziale anche a causa delle difficoltà a ottenere informazioni approfondite in casi di particolare disagio, è significativo per comprendere la portata del fenomeno.

Al di là dei numeri, sono significative le storie come quella di Maurizio che, alle soglie dei quarant’anni e dopo un lungo periodo di difficoltà economiche, si è ritrovato a vivere in un rudere fatiscente chiuso perchè a rischio crollo, assieme a un altro italiano e a un romeno, in via Roma, nella zona San Pancrazio. Una storia comune la sua, prima l’impiego come carpentiere in Campania, poi la perdita del lavoro e le pressioni dei famigliari. La decisione di lasciare la propria città d’origine per cercare un altro impiego al Nord lo ha portato a difficoltà crescenti, spostandosi tra Reggio Emilia, Bologna, Modena, Milano e infine Parma, senza più riuscire a trovare un’occupazione fissa  se non piccoli lavori in nero. Inevitabile il ricorso a strutture di assistenza, prima a Milano, dove Maurizio ha alloggiato per sei mesi in un dormitorio, poi a Parma. Ora la sua vita, come racconta con rassegnazione, scorre nella speranza di racimolare qualche soldo per comprarsi il mangiare. “Ho passato due mesi in dormitorio, poi mi hanno mandato via perché avevo bevuto un bicchiere prima di rincasare, uno strappo alla regola che mi è costato caro. Ho dormito per strada, non sapevo proprio dove andare”.

E per strada Maurizio nel dicembre scorso ha conosciuto Giancarlo, un parmigiano che da qualche anno ha perso il lavoro e la casa ed è costretto a dormire in quel riparo di fortuna che è diventata la casa comune anche per Maurizio e un romeno di quarant’anni. Giancarlo anni fa si occupava di riparazioni idrauliche ma, dopo un periodo difficile e con la perdita del lavoro, ha vissuto di espedienti e ha cercato un posto in cui vivere anche se precario. Della pericolosità della struttura, secondo quanto raccontato da uno degli occupanti, sarebbero a conoscenza anche le istituzioni locali per un sopralluogo effettuato in precedenza. Pur consapevoli dei rischi di vivere in un casolare fatiscente come quello di San Pancrazio, i tre hanno continuato a occupare abusivamente quel riparo di fortuna perché ritengono di non avere alternative migliori.

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Del loro caso si sta occupando l’associazione Pane e Vita, che è riuscita a trovare una nuova sistemazione, seppur temporanea, per Maurizio, ospitato in una casa condivisa con altre persone che, come lui, hanno vissuto per anni per strada. L’impegno di Pane e Vita non si esaurisce nel fornire cibo, vestiti e coperte tre volte alla settimana a chi ne ha bisogno alla stazione e in giro per la città. L’associazione parmigiana che da oltre 7 anni si autofinanzia per aiutare i meno abbienti con un camper in giro per Parma, si sta occupando di nuovi progetti come la creazione di una cooperativa sociale nell’intento di superare la concezione di aiuto intesa come assistenzialismo per fornire nuove opportunità per un nuovo inizio, con una casa condivisa e un piccolo pezzo di terra da coltivare per poi venderne i frutti. Per rendere concreti i progetti dei volontari occorrono risorse economiche e la sensibilizzazione della cittadinanza, come sottolinea il presidente dell’associazione, Luigi Martusciello: “E’ difficile ricominciare senza l’aiuto degli altri, chi si sente ormai fuori dalla società vive una sorta di smarrimento senza più riferimenti su cui credere. E' dovere di una società civile non lasciare solo chi vive un'esistenza difficile e non riesce ormai più a farcela da solo”. 

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