Slow food valley: territorio, cibo e sostenibilità per un nuovo modello economico

Sulla differenza fra prezzo e valore del cibo si è concentrata la seconda giornata di "Slow food valley. Il futuro dietro l'angolo", domenica 29 settembre al Parco Ex Eridania, manifestazione organizzato dalla Condotta slow food Parma

Il futuro del territorio, dell'ambiente, la speranza di un nuovo modello economico, passa in larga parte dalle nostre scelte in fatto di cibo e dalla capacità di discernere il suo valore, senza fermarsi solo davanti al prezzo. Una consapevolezza necessaria per invertire la rotta di un sistema sempre più in corto circuito e da mettere in pratica a cominciare da una cosa solo apparentemente semplice: fare la propria spesa. Sulla differenza fra prezzo e valore del cibo si è concentrata la seconda giornata di “Slow food valley. Il futuro dietro l'angolo”, domenica 29 settembre al Parco Ex Eridania, manifestazione organizzato dalla Condotta slow food Parma con il patrocinio e la co-organizzazione del Comune di Parma e il contributo di Mutti spa che ha sostenuto la campagna di raccolta fondi per i Mille orti in Africa.

Alla manifestazione ha portato il suo saluto anche il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, impegnato nel corso della stessa domenica nella Giornata della democrazia. "E' importante per me portare questo saluto qui perché quello di cui si discute in questa occasione è perfettamente in coerenza con quanto stiamo affrontando poco distante, la consapevolezza alimenta la democrazia" ha dichiarato Pizzarotti che poi, accompagnato dalla fiduciaria della Condotta Slow food Parma Antonella Ferrari ha visitato il Mercato della terra (con una rappresentanza del mercato contadino La Corte di Parma) allestito sotto alla tettoia del Parco ex Eridania.

"L'uomo non riesce a governare il proprio limite e noi consumatori siamo i primi responsabili di un modello economico che oggi mostra tutte le sue crepe - ha esordito il presidente di Slow food Italia Roberto Burdese -. Non siamo più in grado di attribuire un valore al cibo ma ci fermiamo al suo prezzo senza interrogarci su cosa ci sia dietro. Ebbene, quando il cibo costa troppo poco bisogna essere consapevoli che in qualche punto della catena produttiva è stata commessa un'ingiustizia sociale (la Flai Cgil ha stimato che in Italia lavorano 400mila persone sotto caporalato), o una grave violazione dei diritti dell'ambiente, in questo caso acquistandolo stiamo facendo male anche alla nostra salute".

I “consigli per gli acquisti” sostenibili che consentono già di per sé di ottenere anche un risparmio, li ha dati lo stesso Burdese: "Sprecare sempre meno, mangiare meno, mangiare meno carne: la razione settimanale consigliata è di 500 grammi e noi italiani mediamente ne mangiamo 250 grammi al giorno, rispettare la stagionalità, evitare cibi precotti o di quarta gamma. Facendo solo questo non abbiamo rinunciato al piacere ma solo alle cose inutili. Possiamo andare anche oltre e acquistare direttamente dal produttore quando possibile e, se ha senso, scegliamo il biologico, ovvero non prendiamo pere biologiche se queste arrivano dall'Argentina ad esempio. Scegliamo un prodotto di cui conosciamo la filiera. La buona industria agroalimentare si può fare, il design sistemico studia come applicare i sistemi ciclici della natura all'industria, gli esempi ci sono. Senza spendere un centesimo si può diventare protagonisti di un circuito virtuoso che contamini la comunità con le buone pratiche, questa è l'unica vera speranza che abbiamo di farcela. Essere slow non vuole dire metterci tre ore a mangiare, semmai mettercene tre per fare una spesa consapevole".

Il 27 settembre è stato presentato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il gruppo intergovernativo che si occupa dello studio del cambiamento climatico, la prima parte del suo nuovo e atteso rapporto sul clima concludendo che il riscaldamento globale è principalmente causato dalle attività dell’uomo: più della metà dell’aumento osservato della temperatura superficiale dal 1951 al 2010 è stato provocato dall’effetto antropogenico sul clima: emissioni di gas-serra e cambi di uso del suolo (https://www.climatechange2013.org/). Burdese lo ha citato a più riprese: "Questo piano ci dice che è già in atto una “guerra” che sta facendo più morti della Siria, è ancora più drammatico e non è meno attuale e richiederebbe una seduta permanente delle Nazioni unite. Il rapporto ci dà dieci anni di tempo per invertire rotta o a rischio non c'è solo qualche varietà vegetale ma il genere umano stesso".

Gianni Tamino, docente di biologia e diritto dell'ambiente all'università di Padova, in rappresentanza della Rete Cibopertutti (Kuminda) e dell'Associazione per la decrescita ha rincarato la dose: "Il cibo è sempre stato sacro per ogni civiltà, ma negli ultimi decenni non è più così. In poco tempo si sono sradicati valori antichi di millenni. E' avanzato uno scollamento fra società e terra intesa come pianeta e territorio, e il cibo è diventato una merce come le altre, perciò conta solo il prezzo e non il valore, che comprende anche tutto il lavoro che vi sta dietro. Tutto è stato finanziarizzato, agricoltura compresa, e in questa ottica non conta quanto produco ma quanto viene quotato quello che potenzialmente potrei produrre. In questo contesto si è innescato un processo di privatizzazione delle basi stesse della nostra vita, basta considerare ciò che accade con i brevetti sulle sementi. Di fronte a tutto ciò dovrebbe esserci una reazione per riportare al giusto valore anche il cibo, ripristinando cicli di produzione corti, producendo prodotti di qualità che ripristino già di per sé la ciclicità dell'agricoltura, eliminando gli sprechi. Una crescita sostenibile infatti è una contraddizione in termini, credo possiamo essere tutti d'accordo su un concetto di base: lo sviluppo basato sulla crescita infinita non ha senso in un sistema finito come la terra. Se l'economia analizza solo un frammento della realtà e non tutto il resto, rendendo lineare ciò che in natura è circolare, allora proietta sul futuro ipotesi paradossali".

Al dibattito ha partecipato anche un esponente dell'agroindustria di qualità, un'azienda che fin dalla sua nascita ha fatto precise scelte di produzione. Per la Mutti spa di Parma, che ha anche sostenuto l'iniziativa “Slow food valley”, era rappresentata dal direttore marketing Guerrino Beccacece che ha spiegato quale sia il valore che determina il prezzo del prodotto Mutti:  "La tecnologia per la lavorazione del pomodoro è abbastanza semplice, di fatto in stabilimento avviene una bassa trasformazione della materia prima, quindi è necessariamente nei campi che avviene il grosso del lavoro che determina la qualità. In origine fu il fondatore dell'azienda Giovanni Mutti a intuire che per avere un buon prodotto era necessaria la rotazione della coltura del pomodoro, il che fin da allora ha imposto di avviare rapporti proficui con i coltivatori che ci forniscono la materia prima. Circa il 70% dei pomodori che utilizziamo è di provenienza delle campagne parmensi, il 100 per cento del prodotto proviene comunque dalla pianura Padana, con apporti importanti, oltre che dal parmense, dal lodigiano, dal ferrarese, fino alla provincia di Alessandria e Cuneo. Conosciamo uno a uno i nostri coltivatori li frequentiamo e teniamo traccia di tutto quello che succede al nostro pomodoro dal campo al barattolo, alla bottiglia, al tubetto. Sul nostro sito inserendo il numero di lotto della bottiglia si può scoprire quanto ha viaggiato il pomodoro contenuto nella confezione, il massimo è di 120 km dal campo alla fabbrica. Ai contadini forniamo noi le sementi di diverse tipologie, ciascuno sceglie quella più adatta da coltivare nel proprio terreno; tutto viene coltivato solo in campo a cielo aperto, al momento del conferimento da parte dei coltivatori, se il prodotto supera i parametri minimi stabiliti di qualità per essere accettato, paghiamo un prezzo un po' più alto. Tutto questo lavoro ci viene riconosciuto dal cliente che sceglie il nostro prodotto e paga circa un venti per cento in più".

La stessa Mutti si è poi data degli obiettivi, grazie anche a una collaborazione avviata con il Wwf, per ridurre le emissione anidride carbonica del 19 per centro entro il 2015, e ridurre l' impronta idrica del 3 per cento sempre entro il 2015. "Siamo stati i primi in Italia a misurare la nostra impronta ambientale non basandoci su dati di letteratura ma calcolandola proprio su noi stessi. Per limitare  la produzione delle emissioni sarà relativamente semplice nel senso che riguarderà le scelte di fabbrica, ovvero impiantare pannelli fotovoltaici e altre soluzioni ecosostenibili per i processi di trasformazione. Per quanto riguarda il risparmio idrico in fabbrica si può agire su poche cose, la lavatura di tappi e bottiglie, mentre lavoreremo a fondo con i coltivatori sui metodi di irrigazione. Abbiamo già fatto investimenti con una trentina di loro per acquistare sonde che dosino la quantità di acqua per l'irrigazione dei terreni, che avverrà solo quando ne avranno effettivamente bisogno".

Nella stessa giornata di domenica 29 erano presenti con i loro banchetti anche le associazioni che condividono obiettivi e progetti, da Libera a Gestione Corretta dei Rifiuti, Arcipelago Scec, Salviamo il paesaggio, Wwf, Movimento per la decrescita felice, Kuminda, Sodales, Viaggi Verdi, al Distretto di Economia Solidale. A fine giornata tutte le associazioni, insieme a Slow food Parma, hanno gettato le basi di un'alleanza per mettersi in rete, condividere progetti, impegni ed eventualmente anche una sede.
I bimbi sono stati intrattenuti con attività ludiche, scientifiche, artistiche con la collaborazione di Empirica, il Porto di Coenzo, Borgofiore e le artigiane della lana di pecora cornigliese Carla e Ebe e nel pomeriggio si è tenuto l'importante convegno “se l'Ape scompare” che ha visto la partecipazione dell'EFSA e delle associazioni degli apicoltori.

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