Stefano Maffini, ricerca sul cancro: biologo parmigiano al Max Planck

A soli 39 anni, dopo un peregrinare tra le migliori università europee, lavora nel più noto istituto europeo a Dortmuond: migrante per scelta intellettuale offre ai giovani ricercatori la possibilità di sperare ancora nel futuro

Trentanove anni, ricercatore, migrante per scelta intellettuale. Stefano Maffini ama definirsi un “pramzàn strajè p’r al mónd”. Dall’Università di Parma al dipartimento di biochimica dell’ateneo irlandese di Galway, poi ricercatore presso l’università di Porto, approda oggi in uno degli istituti europei più noti per la ricerca sul cancro. In dieci anni il biologo parmigiano è riuscito ad affermarsi nel mondo della ricerca scientifica europea con impegno, dedizione, e soprattutto, curiosità. Stefano Maffini considera il suo migrare un’opportunità unica per la crescita professionale, offrendo così uno spaccato dell’intricato universo ricerca italiano diverso dai comuni stereotipi.   

Qual’e attualmente la tua nuova avventura scientifica?
Da pochi mesi lavoro al Max Planck Institute for Molecular Physiology di Dortmund, in Germania, dove collaboro nel campo dell’oncologia molecolare. Studio i meccanismi biologici che controllano la divisione cellulare, un processo essenziale nella ricerca sul cancro. Il nuovo direttore, con cui avevo già lavorato all’Istituto Europeo di Oncologia a Milano, mi ha chiesto se volevo lavorare nel suo istituto. Un’offerta irrifiutabile, il Max Plank è tra le istituzioni scientifiche più prestigiose al mondo ed ero onorato di poter cogliere questa opportunità.

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Il Suo percorso parte dalla città ducale, vero?
Sì, ho studiato biologia a Parma. Qui, ho scoperto il fascino della biologia. Poi ho lasciato l’ateneo per una multinazionale farmaceutica in cui lavoravo alla produzione del vaccino per la Meningite C. E’ qui che ho imparato il valore della professionalità nel lavoro scientifico, ma ho anche capito di non essere tagliato per il lavoro in azienda. E poi volevo girare il mondo. Così ho iniziato un dottorato in Irlanda, studiando i meccanismi cellulari che monitorano e riparano i danni al DNA. Da qui, per sviluppare le mie conoscenze mi sono spostato in Portogallo e poi a Milano, all’istituto di ricerca fondato da Veronesi.

Si sente un cervello in fuga?
Assolutamente no, mai stato. Vado solo dove mi portano i miei interessi scientifici e personali.  E non nascondo che, pur amando Parma, farei fatica a tornare in Italia.

Il precariato nella ricerca crede sia un fenomeno tutto italiano?
Non credo, è un fenomeno mondiale. Però è visto come l’opportunità di spostarsi liberamente e con le dovute tutele da un progetto all’altro. Quando ci sono le opportunità la mobilità diventa una scelta personale e il ricercatore è un libero professionista. Ma in Italia non penso funzioni così. Sembra che il precariato sia un obbligo e non una scelta. E poi da noi c’è il problema grave della mancanza di meritocrazia.

Cosa implica per la scienza il precariato?
La scienza scaturisce dall’incontro tra persone con esperienze e conoscenze differenti e il concetto di ricchezza nella biodiversità si applica anche alle persone. Penso sia normale, per una professione creativa come il ricercatore, avere lo stimolo e l’esigenza di spostarsi. Al Max Plank dopo nove anni bisogna andarsene, e la cosa è ritenuta normale.

Cosa consiglieresti ai giovani ricercatori?
Ma io sono un giovane ricercatore! Non credo ci siano regole scritte, mi risulta difficile dare consigli. Posso solo avvertirli che questa scelta di vita richiede molta passione per sorpassare i continui ostacoli. Se vogliono avventurarsi per questa strada devono farlo con il massimo impegno e determinazione, altrimenti è meglio seguire altri percorsi. In ogni modo, state lontano dalle scelte facili.

Ma si sente parmigiano nonostante da anni vive in giro per l’Europa?
Certo, completamente. Sono uno dei tanti “pramzàn strajè p’r al mónd”.

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