Teatro Due, Pozzi racconta la sua Elektra: "Vado in scena in ebollizione"

La nota attrice che interpreta Elektra di Hofmannsthal nello spettacolo adattato da Carmelo Rifici ha incontrato il pubblico per confrontarsi assieme al regista e al professore Allegri sul personaggio e sulle sperimentazioni in scena

Incontro con Elisabetta Pozzi, Carmelo Rifici, Luigi Allegri

Personaggi in abiti da manicomio, la dimensione di un sogno dove le espressioni diventano via via più mostruose, grottesche, come in un incubo infantile e viaggio infernale. Si tratta della messa in scena di "Elektra" di Hofmannsthal, tradotta e adattata dal regista Carmelo Rifici in scena al Teatro Due. Compito non facile interpretare un personaggio come quello di Elektra, degno di un'attrice del calibro di Elisabetta Pozzi. Parlarne, confrontandosi con le emozioni provate, con il lavoro per raggiungere la preparazione necessaria per quello che dal regista Carmelo Rifici è stato definito un esperimento, gli intenti dell'incontro al Cafè Shakespeare, moderato dal docente di Storia del Teatro Luigi Allegri, con la protagonista e il regista, prima di andare in scena al Teatro Due. Un testo, quello di Hofmannsthal, scritto nel 1903, influenzato dalle scoperte di Freud sulla psicanalisi.

"L'idea avuta con Elisabetta era cercare, senza porci il problema che ciò che stava nascendo fosse qualcosa di cristallizzato, ma vedere se tutto questo ci potesse sorprendere – afferma Rifici –. Questo spettacolo è un sogno, che ho cercato di trasformare in un incubo, perchè a mio parere l'aspirazione del testo è verso il macabro, molto simile a certi sogni infantili dove ci vuole un passaggio di maturazione per cambiare. Ho scelto di lasciarlo in un limbo, dove realtà e sogno combattono continuamente". Tante le scelte davanti alle quali si è trovato il regista per mettere in scena Elektra, prima tra tutte la decisione di non usare la musica di Strauss, nonostante il compositore se ne fosse servito come libretto per la sua opera. Il motivo la ricerca di una collocazione adatta alla messa in scena attuale, nell'intento di stimolare emozioni al pubblico.

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Una forte legame con "Amleto" di Shakespeare, come ha sottolineato anche Allegri: "I richiami sono evidenti. I tratti maschili, il ragionamento a cui non segue l'azione, è nel limbo tra una decisione presa e un atto non fatto, come Amleto". Come prepararsi ad entrare nell'ottica onirica dello spettacolo, immaginando di evocare i propri incubi? "L'attore – afferma Pozzi – deve pensare a come portare in scena il proprio corpo. Soprattutto in questo spettacolo, dove la protagonista è schizofrenica, è maschio, è femmina, è passiva, è attiva, violenta nei toni con la madre ma al tempo stesso profondamente inibita da lei, diventa fondamentale incentrare l'attenzione sul corpo. Sono rimasta colpita dal libro fotografico Morire di classe, con immagini di vecchi manicomi. Mi è servito per lo studio del corpo vedere le espressioni di donne folli, corpi stranissimi, alcuni quasi senza giunture, o altri rigidissimi. È necessario arrivare a un grado di tensione massima per raggiungere il tipo di concentrazione che mi serve per riuscire a immaginare i miei incubi. Per fare tutto questo, il modo migliore per me è quello di entrare in scena già in ebollizione".

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