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Totò Riina e le reazioni: "E' ancora capo di Cosa nostra, deve restare al 41 bis"

Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia dopo la decisione di ieri della Cassazione. La vedova del caposcorta di Falcone: "Non merita pietà"

LA VEDOVA DEL CAPOSCORTA DI FALCONE: "E' come se lo stessero graziando", dice al quotidiano nazionale La Repubblica Tina Montinaro, la vedova del caposcorta di Giovanni Falcone. "E allora lo Stato si assuma le sue responsabilità. Chiedano direttamente la grazia per Riina al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il nostro presidente saprà cosa rispondere".  Intervistata anche da La Stampa, Tina Montinaro dice che Riina non merita "nessuna pietà", "non se ne può avere. Mio marito fu ucciso a 29 anni, io rimasi sola con due bambini di quattro anni e mezzo e di un anno. Rosaria Schifani aveva 22 anni e un figlio di pochi mesi. Sono bambini che non hanno potuto conoscere i loro padri». «Nelle scuole i ragazzini mi chiedono se ci credo ancora: rispondo di sì, ma lo Stato non deve far passare il messaggio che dal carcere i boss pluriergastolani possano uscire, anche se solo per morire", conclude.

“Totò Riina deve continuare a stare in carcere e soprattutto rimanere in regime di 41 bis”. Franco Roberti, procuratore nazionale Antimafia, in un’intervista al Corriere della Sera conferma la sua contrarietà ad un cambio del regime detentivo per il boss mafioso dopo la sentenza della Corte di Cassazione che invita i giudici a riesaminare le istanze tenendo conto della dignità del recluso.

“Siamo perfettamente in grado di dimostrare il contrario”, spiega Roberti rispetto alla Cassazione che dice che non è motivata a sufficienza l’attualità del pericolo. “Abbiamo elementi per smentire questa tesi. E per ribadire che Totò Riina è il capo di Cosa nostra. Le indagini sono in corso e non ho nulla da dire, né potrei farlo. Ma vorrei ricordare che il pubblico ministero Nino Di Matteo vive blindato proprio a causa delle minacce che Totò Riina ha lanciato dal carcere. Se non è un pericolo attuale questo, mi chiedo che altro dovrebbe esserci. Posso comunque assicurare che su questo punto saremo in grado di fornire motivazioni più stringenti proprio come ci viene chiesto”.

Roberti ricorda che “non abbiamo mai negato che sia affetto da una patologia pesante. Sappiamo che ha due neoplasie e numerosi disturbi collegati, ma si tratta di uno stato di salute che può essere adeguatamente trattato nell’ambiente carcerario o con ricoveri mirati in strutture cliniche. Abbiamo la documentazione per dimostrare che viene curato in maniera idonea”.

COS'HA DETTO IERI LA CASSAZIONE

Il "diritto a morire dignitosamente" va assicurato a ogni detenuto. Tanto più che, fermo restando lo "spessore criminale", va verificato se Totò Riina possa ancora considerarsi pericoloso vista l'età avanzata e le gravi condizioni di salute. È la storica pronuncia della Cassazione, che apre al differimento della pena per il capo di Cosa Nostra, ormai ottantaseienne e con diverse gravi patologie. Sulla base di queste indicazioni, il tribunale di sorveglianza di Bologna dovrà decidere sulla richiesta del difensore del boss, finora sempre respinta. La prima sezione penale della Cassazione per la prima volta ha accolto il ricorso del difensore di Totò Riina, che chiede il differimento della pena o, in subordine, la detenzione domiciliare. La richiesta (si legge nella sentenza 27.766, relativa all'udienza del 22 marzo scorso) era stata respinta lo scorso anno dal tribunale di sorveglianza di Bologna, che però, secondo la Cassazione, nel motivare il diniego aveva omesso "di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico". Il tribunale non aveva ritenuto che vi fosse incompatibilità tra l'infermità fisica di Riina e la detenzione in carcere, visto che le sue patologie venivano monitorate e quando necessario si era ricorso al ricovero in ospedale a Parma.

La Suprema Corte adesso sottolinea che il giudice deve verificare e motivare "se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un'afflizione di tale intensità" da andare oltre la "legittima esecuzione di una pena". Il collegio ritiene che non emerga dalla decisione del giudice in che modo si è giunti a ritenere compatibile con il senso di umanità della pena "il mantenimento il carcere, in luogo della detenzione domiciliare, di un soggetto ultraottantenne affetto da duplice neoplasia renale, con una situazione neurologica altamente compromessa", che non riesce a stare seduto ed è esposto "in ragione di una grave cardiopatia ad eventi cardiovascolari infausti e non prevedibili".

La Cassazione ritiene di dover dissentire con l'ordinanza del tribunale, "dovendosi al contrario affermare l'esistenza di un diritto di morire dignitosamente" che deve essere assicurato al detenuto. Inoltre, ferma restano "l'altissima pericolosità" e l'indiscusso spessore criminale" il tribunale non ha chiarito "come tale pericolosità "possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico", 

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