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Da Tunisi a Parma in fuga dalla guerra: "Ma la nostra vita non è qui"

Il racconto di un tunisino che dopo vent'anni nella nostra città riesce a tornare nella sua Patria con la sua famiglia. Ma, dopo lo scoppio della "Guerra del pane", è di nuovo costretto a tornare in Italia

I dati sull'immigrazione parlano di cifre in costante aumento. Una porzione della società che diventa sempre più ampia. Ma ciò che non si può cogliere dalle statistiche va al di là dei numeri. Sono le voci dei migranti a contatto nella realtà di Parma.

Abbandonare una condizione di "discount" di materie prime del mondo o di potenze voraci. Interrogarsi su cosa si possa fare di più alla radice, pensando a forme di assistenzialismo, senza cadere in compassionismo vuoto o buonismo sterile. Questi gli intenti che dovrebbero muovere  ad una azione compatta, secondo quanto affermato in un intervento riguardo l'immigrazione da Enrico Solmi, Vescovo di Parma, per cercare di modificare uno stile di vita basato sempre più su una sorta di sfruttamento di popoli in difficoltà.

Come si arriva a una integrazione e compresenza pacifiche e civili? In tal senso, per capire il fenomeno dell'immigrazione sarebbe opportuno far parlare chi in prima persona la vive. Chi lascia quanto di più caro, chi rischia anche la vita, in virtù di speranza e sogni  idealizzati rispetto a un inferno abbandonato con una valigia. Vecchie e nuove generazioni di migranti a confronto. Tante le storie che si potrebbero raccontare, una tra tutte il racconto di un tunisino nato da un incontro fortuito sulla linea Bologna – Parma. Occhi stanchi, corporatura robusta, 45 anni, una moglie di 37 e due figlie quasi adolescenti. E la voglia di tornare a casa, nella sua Tunisia.

"Ho vissuto a Parma per vent'anni. Facevo ciò che capitava, poi sono riuscito a diventare un artigiano. Una vita intera qui, le mie figlie sono nate e cresciute in questo posto. Non è stato facile adattarsi a una cultura così diversa, però siamo stati accettati e vivevamo bene. Ho cercato di mettere qualcosa da parte e siamo tornati nel nostro paese l'anno scorso. Ero riuscito ad aprire un negozio e avere una casa nostra, finalmente non più in affitto come a Parma. Ma dopo tutto quello che è successo, non avevamo altra scelta che scappare. Ho chiuso il negozio e siamo tornati qui da un mese.

Tutta quella gente che arriva a Lampedusa è disperata. Capisco i problemi per gli italiani. Ma non siamo tutti uguali, questo bisogna capirlo. Oggi in tanti arrivano qui ma nessuno vuole davvero rimanerci. A fare cosa, poi? Tutti desideriamo una famiglia, una casa, un lavoro. Adesso in Tunisia non è possibile ma tra qualche anno sarà tutto finito e qui non rimarrà nessuno. Ne sono certo, ora le cose stanno già cambiando con la rivoluzione e, quando tutto sarà a posto, ci torneranno tutti. Le mie figlie sono cresciute qui e non vorrebbero tornare in Tunisia. Ma capiranno. La nostra vita non è qui". Una voce tra tante che fa riflettere su quanto sia ampio il fenomeno, perchè composto da genti diverse, con storie diverse, accomunate forse solo dallo stesso desiderio di stabilità, senza più scappare.

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