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Emergenza abitativa: quando a cadere a pezzi è una casa popolare

Via Isola, un palazzo dell'Acer versa in condizioni di degrado: balconi pericolanti, dissesto statico, impianti non a norma. La denuncia di una mamma coraggio e degli altri inquilini dimenticati dalle istituzioni

Renata Fortuna vive a Parma da 12 anni. E’ scappata da Roma con tre figli piccoli e  un bagaglio di violenze e sofferenza. Per anni ha subito i maltrattamenti di un marito violento, fino al tragico epilogo: due mesi di coma dopo il tentato omicidio. “Ero tornata dai parenti con i miei bambini, volevo portarli via, ma lui ci ha trovati. Mi ha riempita di botte, e colpita ripetutamente con un coltello, ha ferito anche mia sorella”. Renata porterà per tutta al vita i segni sul corpo di una storia tremenda. “Il 3 ottobre del 1999 il giudice del Tribunale dei minori di Roma, in accordo con il Centro antiviolenza e Servizi Sociali, decide di condurmi in una struttura protetta di Parma, dopodiché nel 2000 ci è stata affidata la casa popolare di Via Isola 8. Mi trovavo in una città sconosciuta, con la famiglia lontano, la paura di essere rintracciata. Mi sentii fortunata almeno per la possibilità dell’alloggio, ma la situazione è solo peggiorata.

La casa che ci avevano affidato cadeva letteralmente a pezzi. Era al quarto piano senza ascensore, eppure sapevano che mia figlia è cardiopatica. Lavandini arrugginiti, muffa alle pareti, umidità, scarafaggi, e una vasca da bagno rotta. Un giorno mia figlia si è tagliata facendo il bagno, siamo corse al pronto soccorso dove le hanno dato dei punti per chiudere la ferita. Doveva trattarsi di una sistemazione provvisoria, invece siamo rimasti lì per cinque anni, e probabilmente ci saremmo ancora se non mi fossi incatenata”.

E’ il 15 novembre 2005, Renata arriva ad incatenarsi davanti al cancello di Via Isola 4. Altro palazzo popolare, con una casa disponibile a piano terra. “Per cinque anni ho chiesto di cambiare le cose, fare i lavori nella vecchia abitazione, è una casa popolare di proprietà dell’Acer, com’è possibile farci vivere delle persone mentre cade a pezzi? La responsabile dell’Ufficio casa mi aveva detto di ringraziare Dio per avere un tetto sulla testa. Un giorno sono arrivati dei manovali, ho pensato che finalmente ci aiutavano, invece sono partiti i lavori per sistemare il giardino. Non ci ho più visto, mi sono incatenata per protesta. Le persone devono essere più importanti del giardino. Il mio gesto è servito a qualcosa, mi hanno concesso di trasferirmi nell’appartamento a piano terra.

Cambiamo palazzo, ma la situazione è la stessa, anzi, peggiore, siamo letteralmente passati dalla padella alla brace. Ormai i vigili del fuoco rappresentano una presenza costante. In casa ci sono delle crepe spaventose, è caduto un calcinaccio in testa a mia figlia. Il 2 gennaio di quest’anno i vigili sono intervenuti per il dissesto in cui versa il palazzo, eliminando l’intonaco pericolante, e consigliandoci di non praticare le stanze interessate fino al ripristino delle originarie condizioni di sicurezza. Quindi molte persone, oltre a noi, non potrebbero andare in salotto e sul balcone. Vi pare una cosa normale?

L’impianto elettrico non è a norma, i vigili sono tornati due giorni fa, a casa mia scoppiano le lampadine, ed è andata a fuoco la centralina. Passo le giornate ad asciugare i pavimenti, perché i termosifoni perdono acqua, e c’è una infiltrazione anche dalla parete del bagno. Il Comune ha mandato un idraulico per metterla a posto, mi ha bucato la parete, richiuso male, e dopo pochi giorni l’acqua è tornata ad uscire dalle mattonelle. Io non capisco. Non serve dare un tetto sulla testa ad una famiglia, quel tetto deve essere sicuro, umano. Ho paura che scoppi la caldaia, non la tengo accesa molto, siamo al freddo. Tutti i mobili che ho sono stati donati da persone generose. Per dieci anni ho lavorato come donna delle pulizie, sono rimasta da qualche mese senza lavoro. La mattina non ho nemmeno il latte da dare a mia figlia. Nessuno aiuto dagli assistenti sociali, anzi, mi dicono che se non continuo a sottopormi alle visite psicologiche, mi portano via i ragazzi.  Purtroppo siamo al punto che se hai i soldi mangi, se non hai i soldi non mangi”.

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Renata è una donna forte, nonostante tutto quello che ha dovuto passare. Nel 2009 suo figlio di 21 anni viene ricoverato in una struttura psichiatrica a San Polo di Torrile. Il ragazzo soffriva di una forte depressione e di crisi di panico che gli impedivano di avere una vita normale, partendo dalle piccole cose come uscire di casa. “Me lo hanno rovinato. Lo imbottivano di farmaci, lo maltrattavano insultandolo ripetutamente. Mio figlio si era spento, non parlava più. Fino a quando ha trovato il coraggio di aprirsi con me. L’ho portato via, e sono andata a denunciare il personale del centro”. All’epoca dei fatti, tramite la stampa, il sindaco di Torrile Andrea Rizzoli ha fatto le sue scuse alla famiglia: “Esprimo rammarico per l’increscioso fatto accaduto al ragazzo”.

In via Isola 4 ci sono molte vite segnate da povertà e sofferenza, ogni piano è collegato da crepe e preoccupazioni.
Luigi Bellini è un gran lavoratore. Viene dalla campagna, per lui non è immaginabile una quotidianità senza lavoro. Per 20 anni è stato dipendente di una ditta a Collecchio che si occupa di prodotti siderurgici. Una moglie invalida al 100%, un figlio con problemi mentali, e uno più piccolo da crescere. Una vita di corsa tra lavoro e famiglia, fino a quando nel 2002 Luigi viene operato al cuore per una insufficienza cardiaca. Sei ore di intervento che gli restituiscono la vita, ma totalmente cambiata.

“Il medico mi ha categoricamente proibito di svolgere lavori pesanti, e così sono stato licenziato. A Collecchio ho lasciato il cuore e un ginocchio. Duro lavoro, anche di sabato e domenica, per venire licenziato a pochi anni dalla pensione. Mi sono rivolto in comune per chiedere aiuto. Mi hanno dato un’abitazione al quarto piano senza ascensore. Per molti può sembrare un capriccio, ma per me è vitale. Mia moglie passa le sue giornate a letto in una casa piena di umidità. Le crepe mi spaventano, non posso uscire in balcone perché ho paura che cada da un momento all’altro. Il comune ogni tanto manda i manovali, ma si limitano a rattoppare le crepe che puntualmente si ripresentano. Quando piove si allagano le cantine, una volta è straripata anche la fogna. Secondo me questo palazzo non ha nemmeno le fondamenta. Eppure siamo tutti brava gente, non ci meritiamo di vivere così. Si vantano delle case popolari, ma non dicono veramente come sono ridotte”.

Abdul Elainaoui vive con la moglie malata ai reni e dichiarata totalmente invalida. Senza riscaldamento, senza luce, il balcone come frigorifero, Abdul non è riuscito più a pagare le spese, finendo totalmente abbandonato a se stesso. L’umidità provoca seri danni a sua moglie. Ancora una volta la solidarietà parte proprio dai bisognosi: Renata apre loro la sua casa offrendo cibo ed acqua calda. “Lo faccio volentieri, ormai in questi palazzi siamo come una grande famiglia. L’Acer deve occuparsi delle proprie case. Non è una soluzione buttare famiglie in ginocchio per malattie, crisi, vicende difficili in abitazioni degradate. Siamo pur sempre esseri umani, abbiamo lavorato per una vita, e continueremo a farlo, perché ormai è chiaro che sulle istituzioni non possiamo contare”.
 

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