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Martedì, 31 Gennaio 2023
Economia

Crisi economica, la proposta della segretaria Cgil: "Ridurre gli orari di lavoro a parità di salario"

Lisa Gattini: "Se io lavoro quattro giorni anziché cinque uso la macchina o i trasporti pubblici un giorno di meno a settimana, la mia azienda ha minori consumi ed emissioni e tutto questo nel tempo ha un impatto sul traffico, sugli infortuni"

Fuor di elezioni, è urgente tornare ad affrontare le vere priorità del Paese, che sono il lavoro, i salari e le pensioni, il cui stato dell'arte è tutt'altro che rassicurante.

È forte l'allarme su questi temi secondo la segretaria generale Cgil Parma, Lisa Gattini, che spiega che "c'è una preoccupazione enorme tra lavoratori e pensionati, fatta propria anche dalla Cgil. Troppo poco si parla della diminuzione costante e progressiva del potere d'acquisto, tanto di chi percepisce una pensione quanto di lavoratrici e lavoratori. Una diminuzione sicuramente dovuta a questo lungo periodo di gravi situazioni contingenti, e speriamo superabili, causate dalla pandemia e dal conflitto russo-ucraino, e dalle speculazioni a livello internazionale su combustibili ed energia, che alzano le bollette e producono alterazione dei prezzi dei prodotti al consumo. Ma ci sono altri motivi, più strutturali: di fatto i salari e le pensioni non hanno subito, almeno negli ultimi quarant'anni, significativi avanzamenti rispetto alla produttività, che è andata quasi esclusivamente a favore dell'impresa".

"Si tratta di un fattore dirimente, perché sostanzialmente potrebbe significare che una volta superata la crisi energetica, il problema non si risolva. I salari infatti non crescevano nemmeno prima, e questo è un tema che la Cgil ha sempre posto al centro della sua politica sindacale, indipendentemente dai governi e dai ministeri dell'Economia e del Lavoro che si sono succeduti. È per questo motivo che nelle nostre rivendicazioni, che riassumiamo sotto il titolo "Ascoltate il lavoro", per le quali siamo scesi in piazza l’8 ottobre, non è banale che al primo punto ci sia la richiesta di tutelare e aumentare il potere d'acquisto di salari e pensioni. Perché se non partiamo da questa ristrutturazione dei salari e delle pensioni non sarà possibile adeguare un dignitoso livello di vita delle persone, siano esse i lavoratori o pensionati, a quello che è invece il contesto dei prezzi, a partire dal biglietto dell'autobus fino al prodotto sull'ultimo scaffale del supermercato. Perché la vita è fatta di queste cose".

"Occorre però partire da una fotografia dell'attuale impianto del mercato del lavoro, dove a fianco di un declino generale dell'industria osserviamo un'avanzata del terziario, che non genera un alto valore aggiunto ed è connotato da precarietà lavorativa e da innumerevoli tipologie contrattuali. Incertezza occupazionale, lavoro saltuario, part time involontario sono in antitesi ad una difesa del reddito da lavoro, che può essere salvaguardato solo nella contrattazione. Malattia, infortunio, permessi, straordinari sono tutt’altro che scontati in questi settori caratterizzati dal cottimo, dall’incertezza, dalla frammentazione oraria, dalla ricattabilità. Il punto reale quindi non è semplicemente aumentare le buste paga: è scardinare questo paradigma che permette a un'azienda di scegliere il contratto a minor costo per aumentare proprio quella quota di produttività che lei non investirà in lavoro e non redistribuirà nella produzione ma dirotterà sul proprio profitto finanziario”.

“Smontare questo modello contrattuale – continua Gattini – è la condizione necessaria per invertire l’attuale dinamica salariale, ma per questo serve una sulla legge della rappresentanza, serve stabilire chi sono le rappresentanze sindacali comparativamente più rappresentative titolate a firmare con il mondo imprenditoriale i contratti collettivi nazionali di lavoro. Oggi, anche in virtù della mancanza di una legge sull’erga omnes, sedicenti sindacati possono firmare un contratto e renderlo valido in barba alla maggioranza. Se non sistemiamo l'architettura legislativa ci sarà sempre chi, proprio per mancanza di questa architettura, approfitterà di queste scappatoie, arricchendosi sul dumping contrattuale”.

“In tutto questo il salario minimo è solo un primo tassello, è un modo per calmierare le paghe da fame, fissa un benchmark al di sotto del quale è tutto illegale. Però noi dobbiamo chiedere ben altro. Una delle proposte è quella della riduzione degli orari di lavoro a parità di salario. Può sembrare una provocazione, ma bisognerebbe sapere che questa provocazione è stata la realtà della contrattazione sindacale fino agli anni ‘80: di pari passo con l’avanzare delle tecnologie si ricontrattavano l’orario e le condizioni di lavoro. Perché si rompe questo equilibrio? Perché ad un certo punto la produttività aumenta ma non si vuole più redistribuirla almeno in parte al lavoro, e resta all'impresa sotto forma di capitale. Da qui anche la finanziarizzazione dell'impresa”.

“Dunque, agire sulla riduzione dell'orario di lavoro (la possibilità di trenta ore su quattro giorni a parità di salario) significa riprendere un filo che non è nuovo, che viene da lontano. La tecnologia di oggi rispetto anche soltanto a quella di metà del Novecento è incredibilmente più avanzata e ti permette oltre che di alzare qualitativamente la produzione anche di poter fare in minor tempo e meglio lo stesso lavoro. Qui entra in scena la contrattazione collettiva, che deve porre al centro l'orario di lavoro e quindi l'organizzazione del lavoro. In questi ultimi 40 anni si è cristallizzata una situazione a due facce: da un lato il mito del lavoratore instancabile, che non solo fa le sue otto ore ma che per arrivare ad un salario sostenibile arriva anche a dodici; dall'altro il paradosso di una precarietà sempre più insostenibile di chi pur facendo cinque lavori diversi non riesce a mettere insieme un reddito minimo”.

“Parlare di orario di lavoro chiama in causa un concetto diverso di cultura del lavoro. Non è un caso che oggi sempre più giovani rifiutino contratti che si connotano qualitativamente e quantitativamente come puro sfruttamento. E ti senti sempre meno di dire che sbagliano. Ma intervenire sull'organizzazione del lavoro, condizione fondamentale per la modifica dell'orario di lavoro, è oggi uno dei passaggi più complessi da affrontare con le imprese, nonostante esista la concreta possibilità di rendere ancora più produttivo il lavoro ridistribuendolo in modo che dal punto di vista valoriale e motivazionale il lavoratore ne risulti soddisfatto”.

“Infine – ricorda Lisa Gattini - il tema della modificazione dell'orario di lavoro è strettamente collegato a quello della sostenibilità che da agenda 2030 - già minata da pandemia e guerra - è intesa come sostenibilità sociale e ambientale. Se io lavoro quattro giorni anziché cinque uso la macchina o i trasporti pubblici un giorno di meno a settimana, la mia azienda ha minori consumi ed emissioni e tutto questo nel tempo ha un impatto sul traffico, sugli infortuni, sulla produzione di CO2. Non escluderei che per un'azienda che riduca il suo potenziale inquinante anche grazie a una riorganizzazione dell'orario di lavoro vengano previsti incentivi. Io credo che, come è stato fatto in altri paesi europei, siano maturi i tempi per una sperimentazione e per una legge quadro che preveda le regole e gli eventuali finanziamenti di startup che vogliono sperimentare questo nuovo modello, affidando alla contrattazione collettiva le modalità di attuazione nei diversi settori”.

“La sfida oggi è armonizzare tutto ciò in una nuova visione del mondo del lavoro che sicuramente è molto distante da quella otto e novecentesca. Uscire dalla contingenza, ripensare strutturalmente un modello ormai vecchio e con tutta evidenza insostenibile, significa anche immaginare una tempificazione del lavoro che recuperi spazio all'accrescimento culturale e relazionale, all'impegno sociale e politico dei singoli e delle comunità".

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