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Lunedì, 27 Maggio 2024
LA POLEMICA

Distretto Parma Bio Valley, Bocchi: "Non è naturale"

Il capogruppo FDI in consiglio comunale: "Utilizzo di zolfo e rame hanno profili tossicologici e ambientali peggiori della quasi totalità degli agrofarmaci di sintesi usati in agricoltura convenzionale"

Nei giorni scorsi è stato riconosciuto dalla Regione Emilia-Romagna il “Distretto Parma Bio Valley”, un territorio che raggruppa aziende agricole ed enti pubblici che praticano l’agricoltura biologica e che intendono favorire la diffusione di questo metodo di coltivazione e allevamento. "L’obbiettivo, ça va sans dire, è il contrasto al cambiamento climatico. Già, perché nel delirio, tutto emotivo e acritico, della imperante religione green, il biologico è sinonimo di salutare, sostenibile, naturale, ecologico, non inquinante, amico della biodiversità - spiega Priamo Bocchi,  capogruppo FDI in consiglio comunale Parma -.Ma è davvero così o questi convincimenti, tutt’altro che suffragati dalla scienza, non sono altro che dogmi fasulli e modaioli veicolati da una vera e propria lobby che trova terreno fertile (per restare in tema) nell’ambientalismo? In Emilia Romagna il 19% della superficie agricola utilizzabile (SAU) è attualmente coltivata a biologico: siamo la quinta regione italiana per superficie biologica. Mentre l’Unione Europea ha recentemente fissato l’obbiettivo del 25% di SAU che dovrà essere coltivata con metodo biologico entro il 2030, la regione Emilia Romagna ha fatto di più, fissando nel proprio Programma Regionale di sviluppo dell’agricoltura biologica una soglia del 40-45%.

Tradotto in soldoni: la regione Emilia Romagna dal 2014 al 2022 ha stanziato contributi a questo tipo di agricoltura per oltre 190 milioni di euro. Una cifra che, unita ai fondi della PAC, invoglia tanti imprenditori agricoli ad intraprendere questo tipo di pratica che, nonostante costi superiori di circa il 30% rispetto a quella tradizionale, consente una redditività assai maggiore (altro che sensibilità ambientale!). L’agricoltura biologica, la cui produttività per ettaro è molto bassa, va vista con molto scetticismo anche dal punto di vista della sostenibilità. In base a uno studio pubblicato sulla rivista “Nature”, i piselli coltivati con metodo biologico hanno un’impronta di CO2 superiore del 50% rispetto a quelli coltivati con metodo convenzionale. Il grano Kamut biologico ha rese ad ettaro pari a un terzo di quelle del grano duro italiano e a un sesto di quello tenero; mangiarne spaghetti e pane comporta la lavorazione del triplo e del sestuplo di terreno. Stesso discorso per gli allevamenti: i suini bio, non potendo assumere antibiotici, sono più soggetti a infezioni e vermi (alla faccia del benessere animale)".

Nell'intervento contenente considerazioni sull'agricoltura biologica da parte di Bocchi, si fa riferimento ai progressi tecnologici e alle innovazioni in agricoltura, con l’utilizzo di fertilizzanti chimici e pesticidi. "È stato possibile sfamare una popolazione di 8 miliardi di persone con un sempre minore utilizzo di terreno e impiegando solo il 3% della popolazione mondiale. Se invece convertissimo a bio l’intera agricoltura del pianeta, dovremmo coltivare milioni di km quadrati di terreno in più sottraendoli a natura e foreste, utilizzare più macchine e gasolio (conseguenza anche del mancato diserbo) e accontentarci della metà dei raccolti odierni visto che l’altra metà se la mangerebbero funghi, insetti e malerbe: insomma, distruggeremmo il pianeta, altro che sostenibilità. Nella narrazione dominante, inoltre, i prodotti biologici sono considerati “naturali”: peccato che prevedano l’utilizzo di zolfo e rame che hanno profili tossicologici e ambientali peggiori della quasi totalità degli agrofarmaci di sintesi usati in agricoltura convenzionale.

Per concludere, la presunta virtuosità dell’agricoltura biologica (che vede al proprio interno anche tanti truffatori i cui prodotti sono “bio” solo sulla carta) e la smania della sua incentivazione contrastano con la ricerca scientifica ed il buon senso. Sarebbe invece auspicabile - conclude Bocchi -che i politici che hanno una visione irrealisticamente bucolica dell’agricoltura, la percepissero come attività che deve soprattutto produrre cibo a prezzi accessibili e non uno strumento per soddisfare vaghi languori pseudo ecologisti". 

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