Parma Bene Comune e la difesa del lavoro

La crisi continua a colpire la nostra città, anche se i dati dell’Osservatorio provinciale del mercato del lavoro mostrano un incremento di 504 occupati nel 2011

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di ParmaToday

La crisi continua a colpire la nostra città, anche se i dati dell’Osservatorio provinciale del mercato del lavoro mostrano un incremento di 504 occupati nel 2011. Ma, al di là di questo aumento, peraltro lieve,  la situazione resta pesantissima in edilizia, dove, per il 2011, si registrava un aumento del 64% dei fallimenti; quanto al 2012, stando all’Osservatorio provinciale, le prospettive non si annunciano affatto rosee.

Tutto ciò non è soltanto a causa della crisi, se è vero, come risulta da fonti sindacali e da alcune testate giornalistiche locali che in varie aziende di Parma e provincia si fallisce e si licenzia per altre ragioni.

Qualche esempio.

1. La Catelli Food Technology (Cft), azienda di oltre 200 dipendenti che produce impiantistica per la trasformazione di pomodoro e frutta, la produzione di latte, soia, la preparazione di bevande e l packaging, da mesi vuol mettere in mobilità - che è l'anticamera del licenziamento - 36 dipendenti. Eppure, stando ai lavoratori della Cft, l'azienda non è in crisi, né sotto l’aspetto tecnico-produttivo né commerciale. Ciò nonostante, la direzione aziendale rifiuta di accettare le soluzioni proposte dal sindacato, che vanno dalla cassa integrazione a rotazione al contratto di solidarietà. Dopo la strenua lotta dei lavoratori, recentemente la situazione sembra risolta: l’azienda ha ripiegato sugli esodi volontari e la trattativa si è chiusa con l’accordo d'incentivare l’esodo di non più di 25 lavoratori. E tuttavia non ci sono prospettive certe per il futuro, dal momento che Cft continua a esternalizzare produzioni, recentemente anche con la costruzione di uno stabilimento in Cina e uno in Ucraina.

2. La Intercast, nata a Parma nel 1975, è divenuta leader mondiale nella produzione di lenti per occhiali da sole. Nel 2006 viene acquistata dalla multinazionale americana Ppg, il cui unico obiettivo è l’acquisizione del marchio e dei brevetti per poi passare alla chiusura dello stabilimento e alla sua delocalizzazione dove il costo del lavoro è minore. In effetti, dopo sei mesi di cassa integrazione, l’azienda ha comunicato alle rappresentanze sindacali che chiuderà lo stabilimento licenziando 59 lavoratori, decisione ribadita nell’incontro tenuto in Provincia l’11 aprile scorso.

3. La Faram technology system srl di Parma (un ramo della Faram spa), specializzata nella produzione di mobili e arredi in metallo per uffici, prevede la chiusura per la difficile situazione di mercato e finanziaria; una chiusura che metterà sul lastrico i suoi 40 dipendenti. La replica della Cgil di Parma è che quote di mercato, efficienza, produttività e redditività potrebbero essere facilmente recuperate con l’innovazione dei prodotti, una migliore programmazione della produzione, miglioramenti nell’organizzazione e nei processi produttivi. Per la fine di questo mese è fissato un incontro con la direzione per trovare possibili soluzioni.

4. La Ciet impianti spa, società di telecomunicazione che si occupa del servizio di  assistenza della rete Telecom, dà lavoro a 30 dipendenti che da mesi non ricevono lo stipendio…. che cosa si dovranno attendere?

L’elenco potrebbe continuare. Ma già da questi quattro casi emerge come la logica imperante che presiede a queste “ristrutturazioni” e chiusure sia la massimizzazione dei guadagni. A poco importa se saranno i lavoratori a esserne le vittime e, in particolar modo, quelli più anziani, con più forti difficoltà di trovare un reimpiego.

PARMA BENE COMUNE  si schiera a fianco di tutti i lavoratori che rischiano il posto di lavoro, opponendosi radicalmente a tale logica; si appella alle istituzioni, alle associazioni degli imprenditori, alle forze politiche e sindacali per una azione più determinata ed efficace a tutela dell’occupazione, dei posti di lavoro minacciati.

Manifesta la propria solidarietà per la difesa  di  QUEL FONDAMENTALE  BENE COMUNE CHE È IL LAVORO; e si oppone alla riforma dell’art. 18, che rende più facili i licenziamenti sulla base di presunte difficoltà economiche senza possibilità di reintegro: un'innovazione che invece di riattivare il mercato del lavoro o rendere più agevoli gli investimenti, non fa altro che penalizzare ancor di più i lavoratori.

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