Attraverso le castagne riscopriamo l’Appennino

Il frutto del castagno è il più tipico dell'autunno e le nostre alture ne sono ricche, facciamone la conoscenza per imparare di più anche del nostro territorio

di Pingendiartifex

È di nuovo la stagione della castagna e del suo inconfondibile profumo d’inverno. Frutto antichissimo e tipico delle nostre zone, tra alterne vicende e fortune, nel passato è stata un perno importante per l’alimentazione e il fatto che ora, dopo un periodo nel dimenticatoio, si riconsideri l’efficacia dei suoi poteri nutrizionali è una buona notizia.

Come racconta il portale dedicato all’ambiente della regione Emilia Romagna, che alla castagna dedica una lunga e approfondita scheda, l'economia dell'Appennino Emiliano è stata per secoli basata soprattutto su questo prezioso frutto dei boschi.
Il castagno da frutto arrivò dall’Asia Minore e approdò nell’Europa centro-meridionale per il tramite dei romani. Fino al secondo Dopoguerra le castagne e la loro farina hanno rappresentato un aiuto, spesso indispensabile durante l'inverno, per la sopravvivenza di intere generazioni di abitanti dell’Appennino impossibilitati a consumare i cereali e la carne.

Quando poi le condizioni economiche sono migliorate e la montagna ha iniziato a spopolarsi, i castagni sono stati un po’ trascurati, ma da qualche anno “l'albero del pane” è tornato definitivamente all’attenzione dei coltivatori e dei consumatori. E con queste hanno fatto ritorno anche l’attenzione all'ecosistema boschivo, la cura e la conservazione delle piante (molte delle quali, secolari, ancora presenti) e, perché no, la valorizzazione anche turistica di questa risorsa.

Le varie specie di castagno (castanea) sono diffuse in suoli e climi anche molto differenti tra di loro ma con preferenza per i suoli profondi, leggeri, acidi, e climi non troppo rigidi; le esigenze idriche variano dai 700 ai 1.500 mm/anno. Le piante possono essere longeve e regolarmente produttive per secoli. Ad oggi in Italia sono presenti circa 300 specie di castagno che danno origine ad altrettante tipologie di frutto. In Emilia-Romagna il castagno è stato protagonista (e per certi versi lo è ancora) del paesaggio forestale della fascia medio-montana, dai 4-500 m fino agli 8-900.

Nel nostro Appennino - e nell’entroterra di Parma - le qualità più diffuse di castagna sono: Biancherina, Carrarese, Ceppa, Loiola, Mascherina, Molana, Pastinese, Pistolese, Rossola, Salvano. Il periodo della raccolta del frutto del castagno inizia il mese di ottobre e si protrae, a seconda della specie, fino alla fine di novembre.

Con una Direttiva l’Unione europea ha incluso il castagneto tra gli habitat di interesse comunitario. Per l’Emilia-Romagna si tratta di boschi di chiara influenza antropica, veri scrigni di biodiversità, evoluti sui terreni più freschi e fertili della fascia submontana appenninica. Il castagno svolge infatti per il territorio appenninico diverse funzioni fondamentali: produttive, protettive, naturalistiche, paesaggistiche, ricreative, didattiche. Tenuto poi conto del forte legame tra il castagno e l’identità territoriale, la valorizzazione delle produzioni non può prescindere dal considerare i diversi aspetti della multifunzionalità e una efficace azione di marketing territoriale può partire da questo.

Negli ultimi anni, però, c’è un pericolo che minaccia i nostri castagni: è la vespa cinese del castagno, il Dryocosmus kuriphilus, un piccolo insetto venuto dall'Estremo Oriente. La vespa causa l'arresto dello sviluppo dei germogli con perdite produttive e deperimento generale della pianta. La sua azione nefasta si evidenzia con la comparsa di ingrossamenti tondeggianti detti galle sui germogli e sulle foglie delle piante colpite, nei quali la larva della vespa compie il ciclo vitale. Il risultato è che le piante diventano meno produttive e diventano più sensibili ad altre malattie.

In Emilia-Romagna la prima segnalazione risale al 2008 e oggi la vespa cinese è presente quasi ovunque sull'Appennino Emiliano-Romagnolo ma gli è stata dichiarata una vera e propria guerra biologica. Il paladino dei nostri castagni è un altro piccolo insetto, utilizzato già dagli anni '70 in Giappone per combattere il Dryocosmus kuriphilus. Il parassitoide specifico scelto per ridurre drasticamente le vespe cinesi, ristabilendo così l'equilibrio biologico nel nostro ecosistema, si chiama Torymus sinensis.

Fino a oggi la spesa per la lotta biologica è stata di quasi 160mila euro, di cui 105mila dal bilancio della Regione, 40mila dal Ministero delle politiche agricole e circa 15mila euro messi a disposizione dall’Asse 4 del Piano di Sviluppo Rurale attraverso i progetti dei Gruppi di Azione Locale.

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