Se la Regione tiene le frane sott’occhio

Al via un protocollo dell'Emilia Romagna per monitorare la situazione del dissesto idrogeologico. Qui la situazione della nostra provincia

Frana Emilia Romagna

Prevenire è meglio che curare, si sa. Eppure non è così scontato e spesso lo si ricorda, amaramente, solo quando è ormai tardi. Il rischio idrogeologico è uno di quegli ambiti spesso presi sottogamba, nonostante la consistenza dei dati. 

L’ultimo documento dell’ A. N. B. I., l’Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni, fotografa con estrema chiarezza la situazione: i comuni a elevato rischio idrogeologico sono 6.633 (oltre l’80 per cento), le persone che abitano in un territorio ad alto rischio toccano quota 6 milioni e quelle in zone a rischio medio 22; gli edifici esposti a frane e alluvioni sono 1.260.000 (dei quali 6.251 scuole e 531 ospedali). La Penisola ha bisogno di costanti e organiche azioni di manutenzione anche per l’intensa urbanizzazione e la forte antropizzazione: conta 189 abitanti per chilometro quadrato (contro i 114 della Francia e gli 89 della Spagna), che vanno dai 68 della Sardegna ai 420 della Campania.

È apprezzabile, allora, l’analisi del territorio che la regione Emilia Romagna ha deciso di mettere sistematicamente in atto, partendo dal presupposto che lo strumento principale per fronteggiare il problema del dissesto idrogeologico è innanzitutto la comprensione della natura e dell’estensione dei fenomeni franosi nel loro contesto geologico e la diffusione delle informazioni acquisite.

Per questo è stato varato un protocollo che rende formale una collaborazione tra l’Ente preposto alla predisposizione degli strumenti conoscitivi del territorio e i geologi professionisti che rappresentano i principali fruitori e depositari di queste conoscenze. Obiettivo del protocollo è mantenere costantemente aggiornata la banca dati geologica per la mappatura delle frane e riuscire così a mitigare il rischio di dissesto idrogeologico attraverso il coinvolgimento dei geologi professionisti operativi sul territorio. Le modifiche fisiche del suolo conseguenti all’attivazione o alla ripresa dei movimenti franosi, infatti, comportano la continua necessità di rilievi, sopralluoghi e cartografie che forniscano dati precisi sull’estensione e la natura del dissesto.

La banca dati della Regione è dunque utilizzata per la Pianificazione provinciale, di Bacino e nell’ambito delle attività di Protezione civile, ma può essere consultata anche da utenti privati e professionisti, tra cui gli stessi geologi che ne sono i principali fruitori.

Il protocollo, oltre a sviluppare ed aggiornare le conoscenze geologiche e geotematiche, ha l’obiettivo di intensificare la collaborazione tra la Regione e l’Ordine dei Geologi dell’Emilia-Romagna sul fronte della formazione e dell’aggiornamento professionale, favorendo anche tra i cittadini la conoscenza del territorio e la corretta percezione dei rischi naturali, a partire da quello idrogeologico.

Prima di passare a capire quale sia la situazione del territorio regionale e della provincia di Parma in particolare, è importante definire che cosa si intenda per dissesto idrogeologico. Si definisce così l’effetto di quell’insieme di processi morfologici che producono modificazioni territoriali in tempi da relativamente a molto rapidi, spesso interagendo in modo negativo o distruttivo sulla vita e le opere dell’uomo, assumendo di conseguenza una grande rilevanza sociale ed economica. Non necessariamente si tratta di fenomeni legati al “degrado” del territorio, spesso in realtà riguarda anzi quei fenomeni naturali, quali frane, smottamenti, processi erosivi e fluviali, che nel corso di centinaia di migliaia di anni hanno modellato l’Appennino, costruito la pianura emiliano-romagnola e alimentato di sedimenti la costa adriatica. La stessa influenza dell’uomo su tali processi non è ben quantificabile, sebbene alcune modifiche dirette del territorio (disboscamenti e usi del suolo non idonei) e altre indotte sul clima a scala globale possono certamente averne intensificato l’azione. In particolare le frane, in un territorio come l’Appennino emiliano, costituiscono per diffusione e numero una caratteristica peculiare in gran parte ascrivibile alla evoluzione naturale del paesaggio. È un dato di fatto comunque che i costi a carico della collettività conseguenti al dissesto idrogeologico sono in continuo aumento e motivano gli sforzi della Regione Emilia-Romagna per le attività di conoscenza, previsione, prevenzione e mitigazione degli effetti.

Per quanto riguarda il nostro territorio, si registra una consistente estensione e diffusione del dissesto idrogeologico: le frane attualmente censite, fra attive e quiescenti, in Emilia-Romagna sono 70 mila e il 10% della superficie complessiva è interessata da fenomeni di dissesto, che colpiscono tutti i comuni collinari e montani della regione. In particolare, questa è la situazione del territorio della provincia di Parma: tra quiescenti e attive, questi i numeri di frane presenti nei vari comuni.

Albareto 614

Bardi 1656

Bedonia 896

Berceto 919

Bore 304

Borgo Val di Taro 1066

Calestano 425

Collecchio 21

Compiano 222

Corniglio 1201

Felino 209

Fidenza 76

Fornovo di taro 573

Langhirano 573

Lesignano de Bagni 507

Medesano 439

Monchio delle Corti 329

Neviano degli Arduini 1055

Noceto 49

Palanzano 381

Pellegrino Parmense 754

Sala Baganza 235

Salsomaggiore 508

Solignano 761

Terenzo 614

Tizzano Val Parma 612

Tornolo 296

Traversetolo 263

Valmozzola 749

Varano de Melegari 667

Varsi 803

L’attivazione e riattivazione frequente delle frane, strettamente connessa all’andamento climatico, provoca stagionalmente danni diffusi e situazioni di pericolo. Basti ricordare che le abbondanti piogge dei primi mesi del 2013 hanno riattivato un consistente numero di frane. Dall’inizio dell’anno sono pervenute alla Regione oltre 1500 segnalazioni di frane che hanno danneggiato gravemente più di 400 strade comunali e provinciali e alcune decine di abitazioni private e fabbricati produttivi. Si sono resi necessari la dichiarazione dello stato di emergenza da parte del governo, in data 9 maggio 2013, e lo stanziamento di circa  20 milioni di euro per effettuare i primi interventi di somma urgenza. Meglio non aspettare l’emergenza: intervenire per tempo significa risparmiare e, soprattutto, creare la precondizione indispensabile per la crescita economica del Paese, la sicurezza territoriale.

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