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Parma 1913 | Alla scoperta di Yves Baraye, un duro dal cuore tenero

L'attaccante senegalese, arrivato dopo una trattativa non facile con il Chievo, si è subito imposto: doppietta al debutto, primo gol dopo 3'. Anarchico tatticamente, spesso se ne sta in disparte. Sa di essere forte, ma se non viene coccolato...

Per lui Galassi e Minotti hanno fatto la “guerra” al Chievo. E pensare che Yves Baraye ha rischiato seriamente di rimanere a Verona, dato che il Parma non trovava la formula giusta per acquistare il suo cartellino e tesserarlo. Nel periodo del ritiro, è stato uno dei primi ad arrivare, su suggerimento di Andrea Galassi che lo aveva visto giocare nel Lumezzane e ne era rimasto impressionato. Yves, con il suo modo di fare silenzioso e schivo, aveva convinto Apolloni che fremeva per averlo subito e non vedeva l’ora che i problemi con i veneti venissero risolti per tesserarlo. A un certo punto però, per qualche giorno, Baraye aveva fatto le valige per tornare a Verona, correndo il rischio seriamente di non mettere più piede a Collecchio.

 Poi la mediazione dei due direttori sportivi aveva sortito l’effetto sperato, Baraye era stato tesserato con un po’ di ritardo (saltata la prima ad Arzignano) e aveva dovuto scontare la squalifica (rimediata nello scorso campionato) per poi esordire contro la Forits Juventus. 180 secondi per far capire che si trattava di uno che con la D non aveva niente a che fare e che come il Parma, in D, era solo di passaggio. Subito una girata di prima intenzione a mettere la partita sui binari giusti, poi una fuga conclusa con un pallonetto d’autore per chiudere il discorso e ribadire di essere il prospetto più tecnico che ha il Parma in questa rosa. Un diamante grezzo da lavorare perché brilli di luce propria.

Uno che si perde o tende a perdersi se non si sente al centro del progetto. Uno che sembra essere duro ma non lo è, per niente. Conserva la foto della sua famiglia, e ogni tanto la guarda per non sentirsi solo, per respirare l’aria delle sue origini. La fragilità che si cela dietro al suo atteggiamento da “sborone” lo ha portato anche a fare dei passi indietro nella carriera. Il Chievo, per mezzo di Costanzi e Sartori, lo aveva visto durante una partita, all’epoca militava nelle giovanili dell’OM. Il calcio che conta lo ha visto in Francia, quando si è innamorato di Zidane al punto che i suoi gli avevano comprato una maglietta. Non potevano tesserarlo per via di questioni burocratiche, e perché non sapevano se valesse la cifra che i francesi avevano sparato. Alta secondo le valutazioni di Sartori che lasciò il via libera al Lumezzane. Due stagioni per accelerare il processo di crescita perché il Chievo ci aveva visto lungo.

 Due stagioni passate con pochi gol, (8 in 62 partite) con tanti problemi di ambientamento e qualche rimbrotto, eppure ha sempre giocato. Due stagioni per poi riprenderlo subito, e accorgersi che la sua forza mentale non era abbastanza per affrontare una serie A. Giovanni Sartori ci aveva scommesso ma per una volta si era sentito come tradito dal suo uomo. Baraye non gli aveva dato le risposte che si attendeva. Da li, due stagioni a singhiozzo tra Juve Stabia e Lumezzane ancora, 29 presenze e 7 gol. Poi il Parma, dove si spera possa sfoggiare tutta la sua tecnica e la sua velocità. E dare ragione a Galassi e Minotti che con il Chievo hanno fatto la “guerra”…

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