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Cento giorni di Krause: milioni, tweet e decisioni con il Parma in testa

Era il 18 settembre, un giorno prima dell'inizio del campionato, quando l'americano si prese il club

Kyle Krause - foto Ansa

I primi cento giorni da presidente del Parma sono volati. La rivoluzione americana di Kyle Krause è appena cominciata, ma il Parma a stelle e strisce non si è certo distinto fino a qui per aver raggranellato punti e consolidato certezze. Nel periodo più delicato della sua storia recente, il club che fu dei sette soci – massima espressione cittadina di affidabilità – si trova a fronteggiare una situazione complicata che è causa di un cambiamento repentino, imposto dalle necessità. Espressione di questo cambiamento è il volto sereno, quasi sempre tiepido e mai teso, di un comandante d’azienda che ha cercato di importare i principi dell’economia americana in un impianto sportivo collaudato, comunitario e non totalitario, come sta cercando di renderlo Kyle Krause, uno che ascolta tutti e tende a decidere in solitudine. Legittimo, ci mancherebbe, il grano che irrora il Parma è frutto del suo sudore ed è comprensibilmente naturale – anche solo per statuto, essendo lui il vertice della piramide – che l’ultima parola spetti a lui.

La presenza di KK si avverte. A Collecchio, al Tardini, un po’ ovunque. La promessa di lasciare il comando dell’azienda di famiglia al figlio Tanner per impugnare lo scettro del Parma a piene mani, è una conseguenza naturale delle cose. I continui confronti con la parte sportiva, sono testimonianza della sua vicinanza alla squadra. I dialoghi con la vecchia proprietà, con la quale c’è un rapporto molto frequente per sistemare i discorsi extra campo e ricevere dei consigli, sottolineano come nelle sue intenzioni ci sia il voler progredire step by step. Il discorso stadio è un segnale, in questo senso. Da leggere con positività, oltre che interpretare come sintomo di un’ambizione tesa a riportare il Parma in alto. Ma molto passa da quest’anno. Neanche Krause, chiaramente, può essere contento di questo periodo complesso, a inizio gennaio sarà in Italia per guardare da vicino come si muovono i suoi sottoposti in chiave mercato. La presenza del figlio Oliver, che risiede in pianta stabile in città e si muove solo per andare a Collechio, va letta come la volontà di voler dare anche a questa azienda un’impronta più familiare possibile. Presto nominerà anche un Amministratore Delegato, affinché tenga tutto sotto controllo.

Ciò che ha sempre contraddistinto questi cento giorni però, è la costante della linea verde ribadita appena ne aveva la possibilità. Spazio ai giovani, basta con la vecchia politica – quella fatta di giocatori pronti per vincere –, via al procedimento di ringiovanimento della rosa, con conseguente patrimonializzazione di una società che bisogna pensare come una fucina di talenti, che punti all’auto sostenibilità. Se ci sarà bisogno, il presidente farà un’ulteriore sforzo economico per rinforzare la squadra a gennaio, evitando ogni patema d’animo e raggiungendo l’obiettivo della salvezza che per quest’anno è vitale. Manager presente, razionale, il suo portafogli pesa tra i due e i tre miliardi di euro, impegnato nel sociale, difende a spada tratta il diritto di inclusione, con un occhio di riguardo verso le minoranze, riflette per ogni cosa che fa lasciando poco spazio all’improvvisazione. Un capo d’azienda pragmatico, assai pratico anche a livello decisionale. Il suo biglietto da visita sono infatti i 44,5 milioni di impegno economico per il mercato del Parma in estate. Un altro esborso è previsto anche per gennaio, chiaramente non di queste dimensioni, a salvaguardia di una categoria che diventa vitale per il prosieguo.

Stravagante nel modo di annunciare le novità, dai Tweet di mercato ai proclami social, si è forse fatto prendere troppo la mano una volta arrivato nel calcio, sentendosi per una volta anche allenatore. Celebre quel veto sul 3-5-2 imposto via social, un avvertimento più che un consiglio rivolto a Fabio Liverani dopo la debacle di Roma. Invadente con modo, ma invadente. Presente.

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